di Giuseppe Gagliano

Nel pieno della crisi a Gaza, dove oggi si sono superati secondo le autorità sanitarie i 50mila morti dall’aggressione israeliana, e con un conflitto regionale sempre più fluido, la Cisgiordania torna a essere il fronte silenzioso ma cruciale della strategia israeliana. L’incremento del 50% degli insediamenti illegali tra ottobre 2023 e dicembre 2024 non è una semplice deriva coloniale: è una mossa strategica coordinata, pensata per consolidare un fatto compiuto irreversibile. Non più deterrenza. Non più contenimento. Siamo nella fase del controllo strutturale permanente.

Gli avamposti pastorali, apparentemente rudimentali ma in realtà pianificati, rispondono a una logica semplice: più terra, meno Stato palestinese. Si tratta di una strategia di frammentazione: sottrarre territorio, dividere i villaggi palestinesi, creare zone cuscinetto e “coloni sentinella” nelle aree più sensibili, come la Valle del Giordano. Questo processo mira a impedire, sul lungo periodo, qualsiasi soluzione a due Stati realmente contigua e funzionale.

Nonostante la retorica ufficiale, questi insediamenti non sono frutto di “iniziative spontanee”. Lo Stato israeliano li protegge, li finanzia, li copre militarmente e giuridicamente. Lo fa attraverso l’uso selettivo della legge militare nei Territori Occupati, la retorica securitaria e un flusso di fondi che passa attraverso ministeri controllati dalla destra ultranazionalista. Il progetto non è solo ideologico: è istituzionale.

Ciò che preoccupa dal punto di vista strategico è la crescente confusione tra apparato statale e violenza paramilitare. Gli attacchi dei coloni, spesso impuniti, sono parte integrante del processo di pressione. Le IDF (Forze di Difesa Israeliane) intervengono raramente contro gli aggressori israeliani; anzi, in molti casi ne proteggono le azioni o li spalleggiano. Secondo l’OHCHR, “la linea tra violenza dei coloni e violenza dello Stato è svanita”. Questo significa che, sul piano operativo, la Cisgiordania è un’area di gestione ibrida militarizzata, dove la sovranità palestinese è praticamente nulla.

L’espansione degli insediamenti avviene mentre Israele combatte a Gaza e mantiene alta la soglia di deterrenza contro Hezbollah al Nord. Aumentare la pressione in Cisgiordania ha una funzione triplice:

1. Impedire la saldatura strategica Hamas–Fatah.

2. Costringere l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) al ruolo di amministratore residuale.

3. Lanciare un messaggio agli alleati e nemici regionali: “Nonostante la guerra, continuiamo ad avanzare”.

È la dottrina della gestione simultanea dei fronti, già sperimentata da Netanyahu: mostrare capacità di manovra offensiva su più assi, senza rinunciare al progetto ideologico-sicurezza-territoriale.

Dal punto di vista geopolitico, l’amministrazione Trump – tornata al potere – non oppone resistenza all’annessione strisciante. Anzi, come suggerisce la conferenza stampa congiunta Netanyahu–Trump, potrebbe legittimare una formalizzazione della sovranità israeliana sulla Cisgiordania, almeno in parte. Ciò rafforzerebbe la destra israeliana, smorzerebbe le pressioni internazionali e offrirebbe a Washington un dividendo elettorale con l’elettorato evangelico e pro-Israele.

Mentre l’attenzione mediatica è su Gaza e le trattative di Riad, il vero nodo politico-strategico è in Cisgiordania. Qui si gioca la partita più lunga: il futuro dello Stato palestinese, la tenuta dell’ANP, la legittimità del diritto internazionale, il rischio di una terza Intifada.

La militarizzazione degli insediamenti non è solo una politica coloniale. È un asset strategico per la dissuasione regionale, il controllo del territorio e la riformulazione del conflitto su nuove basi: non più negoziato tra due Stati, ma gestione armata di una realtà unilaterale. Se la comunità internazionale continuerà a rispondere con note diplomatiche e report, invece che con misure concrete, il progetto sarà compiuto prima ancora che la diplomazia se ne accorga.