di Giuseppe Gagliano –
Un attacco aereo israeliano contro un’automobile nei pressi di Jenin, in Cisgiordania, ha ucciso Qais Bitawi, indicato da Israele come dirigente operativo di Hamas, e altre due persone che le organizzazioni palestinesi hanno identificato come propri membri. L’impiego dell’aviazione conferma la crescente estensione alla Cisgiordania di modalità operative utilizzate soprattutto nella Striscia di Gaza.
Secondo l’esercito israeliano, Bitawi dirigeva e finanziava attacchi contro civili e forze di sicurezza e manteneva collegamenti con Hamas a Gaza e all’estero. La Mezzaluna Rossa palestinese ha invece denunciato che i militari israeliani avrebbero temporaneamente impedito ai soccorritori di raggiungere le vittime.
Israele considera l’area di Jenin uno dei principali centri operativi delle organizzazioni armate palestinesi e negli ultimi anni ha intensificato incursioni e operazioni militari. L’utilizzo di attacchi aerei permette alle forze israeliane di colpire singoli obiettivi riducendo l’esposizione delle proprie unità terrestri, ma non impedisce alle organizzazioni militanti di ricostituire le proprie reti.
Le operazioni condotte dal 2025 nella Cisgiordania settentrionale hanno inoltre provocato lo sfollamento di migliaia di palestinesi e una prolungata presenza militare israeliana nei campi profughi e nei centri urbani. Israele sostiene che l’obiettivo sia smantellare le infrastrutture delle organizzazioni armate, mentre organizzazioni umanitarie e palestinesi denunciano trasferimenti forzati e violazioni del diritto internazionale.
Incursioni militari, demolizioni, violenze dei coloni e progressivo indebolimento dell’Autorità nazionale palestinese stanno contemporaneamente modificando gli equilibri territoriali della Cisgiordania. Il rischio è un’ulteriore frammentazione delle aree amministrate dai palestinesi, con conseguenze sulla continuità territoriale ed economica e sulla possibilità di realizzare in futuro uno Stato palestinese.
Alla crescente pressione militare in Cisgiordania si accompagna intanto la paralisi economica della Striscia di Gaza, dove la distruzione di decine di filiali bancarie e sportelli automatici e le restrizioni all’ingresso di contante hanno reso sempre più difficile l’accesso al denaro.
Molti palestinesi dispongono formalmente di risparmi sui propri conti, ma non riescono a convertirli in banconote necessarie per acquistare cibo, medicinali e altri beni essenziali. Il contante rimasto in circolazione è sempre più raro e deteriorato, mentre intermediari e commercianti possono richiedere commissioni elevate per trasformare trasferimenti elettronici in denaro liquido.
La scarsità di contante alimenta così un’economia informale nella quale chi dispone di liquidità acquisisce un crescente potere economico. Le frequenti interruzioni delle comunicazioni rendono inoltre difficili anche i pagamenti elettronici, aggravando le difficoltà delle famiglie e delle attività commerciali.
Il controllo dei flussi finanziari viene considerato da Israele anche uno strumento per ostacolare il finanziamento di Hamas. Tuttavia, la paralisi del sistema bancario colpisce l’intera popolazione e rischia di favorire proprio circuiti informali e clandestini più difficili da controllare.
Il raid di Jenin e la crisi monetaria di Gaza mostrano quindi due differenti dimensioni della pressione israeliana sui territori palestinesi: da una parte le operazioni contro le strutture e i comandanti delle organizzazioni armate, dall’altra il controllo degli spazi economici e finanziari. Una strategia che può aumentare la capacità di controllo israeliana, ma che continua a lasciare irrisolta la questione politica palestinese.




