di Giuseppe Gagliano

Israele ha intensificato le operazioni militari in Cisgiordania dopo una serie di esplosioni che hanno colpito autobus a Tel Aviv il 20 febbraio. Sebbene non vi siano state vittime e nessuna rivendicazione ufficiale, il governo di Netanyahu ha immediatamente inasprito le misure di sicurezza, ordinando interventi mirati contro quelli che definisce “centri del terrorismo”.

Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha visitato il campo profughi di Tulkarem il giorno successivo, dichiarando che “gli attentati non ci fermeranno”. Affermazioni che si inseriscono nella più ampia strategia israeliana di controllo e repressione nei territori palestinesi, con una retorica che associa qualsiasi forma di resistenza armata al “terrorismo islamico estremista”. Ma il punto non è la definizione: il dato concreto è che questa operazione ha già provocato lo sfollamento di almeno 40mila palestinesi nel nord della Cisgiordania, come denunciato dalle Nazioni Unite.

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno annunciato il dispiegamento di tre battaglioni aggiuntivi nell’area, dichiarandosi pronte a un’“espansione dell’attività offensiva”. Un eufemismo che nella realtà si traduce in bombardamenti mirati e incursioni aeree, strumenti ormai parte integrante della strategia israeliana anche in Cisgiordania. Non è più solo Gaza il teatro delle operazioni militari: la regione, già sotto occupazione da decenni, sta diventando il fronte di una guerra non dichiarata ma persistente.

Le reazioni internazionali, come sempre, si limitano a qualche dichiarazione di circostanza. L’ONU denuncia l’aumento allarmante dei trasferimenti forzati di palestinesi, mentre Hamas, attraverso l’ala cisgiordana delle Brigate Qassam, non rivendica l’attacco ma lo esalta, alimentando un ciclo infinito di azione e reazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una militarizzazione crescente, una popolazione palestinese sempre più sotto assedio e una politica israeliana che si muove indisturbata, con il tacito consenso della comunità internazionale.

L’operazione “Iron Wall”, lanciata da Israele il 21 gennaio, è la prova definitiva che la Cisgiordania è ormai considerata un’estensione della guerra contro Gaza. La distruzione di case e infrastrutture, l’impiego di armi sempre più sofisticate e l’uso sistematico della forza contro la popolazione civile sono diventati strumenti ordinari di gestione del conflitto. La giustificazione ufficiale resta sempre la stessa: la lotta al terrorismo. Ma dietro questa narrazione si cela la realtà di un’occupazione che si rafforza giorno dopo giorno, senza che nessuno abbia la volontà politica di fermarla.