Palestina. Triangolo Hamas e Iran in Qatar: la guerra di Gaza entra nella stanza delle garanzie

di Giuseppe Gagliano

L’incontro a Doha tra una delegazione di Hamas e Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, racconta una verità semplice: Gaza non è più solo un teatro di combattimento, è diventata un problema di architettura regionale. Hamas ribadisce di voler rispettare l’accordo di cessate-il-fuoco del 10 ottobre e di voler evitare il ritorno alla guerra. Ma il contesto smentisce la retorica di routine: se ci si vede a Doha, è perché servono garanzie, canali, coperture politiche, e perché il dossier Gaza ormai si intreccia con la pressione su Teheran e con le scelte di Israele in Cisgiordania.
Il Qatar resta il luogo naturale di questi colloqui: non è un dettaglio logistico, è un segnale. Doha è insieme il tavolo dove si negozia e il corridoio attraverso cui si misura la disponibilità di ciascun attore a frenare o ad alzare la posta.
Dentro la discussione su Gaza entra con forza la questione della Cisgiordania. Le misure approvate dall’8 febbraio dal gabinetto di sicurezza israeliano vanno nella direzione di rendere più semplice e più “amministrabile” l’espansione dei coloni e il consolidamento del controllo sul territorio. Si tratta di un modo per trasformare l’occupazione in procedura, la politica in burocrazia, la forza in normalità.
Per Hamas questo è un problema doppio. Primo, perché indebolisce l’idea stessa di un dopo guerra regolato da una qualche intesa. Secondo, perché sposta l’asse del conflitto: non più soltanto Gaza come enclave assediata, ma l’intero spazio palestinese come campo di pressione crescente. Quando la Cisgiordania brucia, Gaza non può davvero “raffreddarsi”.
Larijani ribadisce il sostegno iraniano alla causa palestinese. Ma la parte più rivelatrice è l’altra: la solidarietà dichiarata da Hamas verso Teheran e il riferimento esplicito alle minacce statunitensi di bombardare l’Iran. Qui la linea si fa netta: Hamas inquadra la pressione su Teheran come un attacco al cuore del sistema di appoggi che ha reso possibile la resistenza armata negli anni.
La dichiarazione del portavoce delle Brigate al Qassam, Abu Obeida, segue questa logica: qualsiasi aggressione contro l’Iran viene presentata come un’aggressione più ampia, destinata a non restare confinata. È linguaggio politico, ma anche messaggio operativo: se l’Iran entra nel mirino in modo diretto, i fronti potrebbero moltiplicarsi.
Il richiamo al confronto militare del giugno 2025, descritto come dodici giorni, è un’altra tessera: serve a dire che Teheran, e in particolare le sue forze armate e il Corpo delle guardie rivoluzionarie, hanno già dimostrato di poter rispondere. In altre parole, la deterrenza non è un concetto astratto ma un capitale da spendere.
Militarmente, il quadro è quello di un cessate-il-fuoco fragile, attraversato da violazioni e da una dinamica di logoramento. Quando si parla di centinaia di violazioni e di un bilancio di vittime elevato dopo l’accordo, il punto non è solo la contabilità, ma la strategia: mantenere una pressione costante sotto la soglia dell’offensiva totale, erodere capacità e morale, impedire stabilizzazione e ricostruzione.
Il rischio più serio non è una singola escalation improvvisa, ma la saldatura tra teatri: Gaza, Cisgiordania, confini settentrionali, e la dimensione iraniana. Se Teheran viene percepita come obiettivo diretto, la logica di risposta può diventare regionale, con effetti su traffici marittimi, basi, interessi occidentali e stabilità dei Paesi cerniera.
L’economia qui è politica pura. Da un lato Hamas insiste su revoca dell’assedio e flusso degli aiuti. Dall’altro, senza stabilità reale, gli aiuti diventano un rubinetto controllabile e la ricostruzione resta una promessa. La stima delle Nazioni Unite di circa 70 miliardi di dollari per ricostruire è la cifra che definisce la posta: non solo case e infrastrutture, ma il controllo dei contratti, delle catene logistiche, dei materiali, dei valichi.
Chi governa l’accesso governa il futuro. Ecco perché ogni discussione sul cessate il fuoco, in realtà, parla di porti, corridoi, autorizzazioni, sicurezza dei convogli, e della possibilità o meno di trasformare Gaza in un territorio amministrabile senza che diventi, politicamente, una resa.
Geopoliticamente Doha è il punto d’equilibrio tra due pressioni: quella israeliana sul terreno e quella statunitense sull’Iran. Hamas cerca ossigeno politico e margini operativi; l’Iran cerca di proteggere il proprio ruolo senza offrire pretesti per un colpo diretto; il Qatar prova a restare indispensabile, perché l’indispensabilità è la sua assicurazione strategica.
Geoeconomicamente, la partita è ancora più ampia: la guerra di Gaza è anche una guerra di reputazione, di investimenti regionali, di sicurezza energetica e di rotte. Ogni scossa che coinvolga l’Iran fa tremare il sistema dei prezzi e dei rischi, dal Golfo ai mercati assicurativi, fino alle catene di approvvigionamento.
In sintesi, l’incontro di Doha non “risolve” Gaza: misura quanto il conflitto stia diventando una questione di ordine regionale. E quando l’ordine regionale entra in crisi, le parole sul cessate il fuoco diventano solo il modo più educato per parlare di deterrenza, di territori e di futuro.