PARIGI — «Verso le 2:30 abbiamo iniziato a svuotare l’acqua. Ma di colpo la barca si è capovolta». La voce di Issa Omar, uno dei due soli sopravvissuti, è entrata martedì nell’aula del tribunale giudiziario di Parigi — l’equivalente del nostro tribunale ordinario — attraverso una dichiarazione letta davanti ai giudici.

Con quella frase si è aperto il processo per il naufragio più letale mai registrato nella Manica: 31 migranti morti, 27 corpi recuperati e 4 dispersi, nella notte tra il 23 e il 24 novembre 2021, quando il gommone su cui viaggiavano si sgonfiò in una delle rotte marittime più trafficate del mondo. Alla sbarra ci sono 14 presunti trafficanti, accusati di omicidio colposo e di «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina in banda organizzata», riferisce l’Agence France-Presse. Il dibattimento durerà tre settimane. Le parti civili sono 114, in gran parte familiari delle vittime.

A bordo c’erano soprattutto curdi iracheni, ma anche afghani, etiopi, egiziani e vietnamiti, di età compresa fra i 7 e i 46 anni (il più piccolo era un bambino di sette anni). Erano partiti dai campi di Grande-Synthe e Calais, sulla costa settentrionale francese, la sera del 23 novembre. A metà Manica il gommone cominciò a sgonfiarsi e a imbarcare acqua. Gli occupanti scesero in mare uno dopo l’altro per alleggerire il carico. Morirono di freddo.

Perché nessuno li soccorse? È la domanda che attraversa l’intero processo. Nonostante decine di chiamate di aiuto ai servizi di soccorso francesi e britannici, passarono quasi 12 ore prima che il gommone fosse individuato: fu un peschereccio francese a dare l’allarme, dopo aver avvistato corpi in acqua al largo di Calais, vicino alle acque britanniche. Un’inchiesta britannica pubblicata a febbraio ha stabilito che alcune di quelle morti erano evitabili e che una nave militare francese non rispose a un allarme della guardia costiera di Londra. Sul banco degli imputati, però, siedono solo i trafficanti: il fallimento dei soccorsi di due Stati resta sullo sfondo dell’aula.

Gli imputati e i latitanti

Gli investigatori attribuiscono l’organizzazione della traversata a reti afghane e curdo-irachene attive nei campi del nord della Francia. Gli imputati sono in prevalenza cittadini afghani e la maggior parte nega le accuse. All’apertura del processo ne erano presenti solo nove, uno in stato di detenzione; due, indicati come i capi dell’operazione, sono sfuggiti alle autorità francesi e vengono giudicati in contumacia. L’accusa contesta a tutti il varo di una «imbarcazione di scarsa qualità, non certificata, inadatta alla navigazione in mare aperto, sovraccarica e priva di giubbotti di salvataggio adeguati».

Il processo arriva in giorni tesi sull’altra sponda della Manica. Sabato centinaia di manifestanti anti-immigrazione mascherati hanno bloccato le strade verso Dover, il porto traghetti più trafficato della Gran Bretagna, riporta l’Associated Press: uomini vestiti di nero e a volto coperto, schierati a braccia incrociate su una strada principale, mentre il porto sospendeva il traffico. Il governo britannico ha condannato un’azione andata «ben oltre» la protesta pacifica. Nella notte fra domenica e lunedì altri scontri con la polizia a Portsmouth, sulla costa meridionale inglese, dopo lo sbarco di un gommone: il gruppo aveva prima tentato di impedire alle scialuppe di soccorso di far scendere a terra i migranti.

A Portsmouth gridavano «stop the boats», fermate i barconi. In un’aula di Parigi, per le prossime tre settimane, si racconterà che cosa succede quando uno di quei barconi si capovolge alle 2:30 di notte.