Petroliere si scontrano al largo dell’India: 40 tonnellate di petrolio arrivano alle coste

di C. Alessandro Mauceri

Si ha notizia oggi di un disastro ambientale avvenuto nelle acque indiane, per quasi una settimana sottovalutato. Sabato 28 gennaio mattina due navi, la BW Maple e la Alba Kanchipuram, si sono scontrate al largo del porto di Ellore, nel sud dell’India. Immediato l’intervento delle autorità nel tentativo di evitare l’ennesimo disastro ambientale. “La collisione ha creato un buco tra i 7 e gli 8 metri di diametro nello spazio sott’acqua”, ha detto Subash Kumar, ex vicepresidente di Chennai Port Trust e attualmente consigliere di Jawaharlal Nehru Port Trust. Fortunatamente la BW Maple aveva già scaricato buona parte del proprio carico ed era stata avvisata dalle autorità portuali di lasciare il canale.
Ad essere interessati sono al momento 24 chilometri di costa a nord di Chennai che risultano contaminati dal petrolio. I danni ecologici sugli animali sono già evidenti. Ma il problema maggiore è che le popolazioni locali qui vivono prevalentemente di pesca, dove il pesce costituisce anche una delle principali fonti di sostentamento economico. In un primo tempo le autorità hanno cercato di negare la gravità della situazione: la Kamarajar Port Ltd ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che non vi era “alcun danno per l’ambiente come l’inquinamento da idrocarburi”; anche il ministro del Trasporto dell’Unione indiana, Pon Radhakrishnan, che ha visitato la zona il giorno dopo, ha negato che ci fosse stato uno versamento di petrolio.
Solo in un secondo momento le autorità locali sono state costrette ad ammettere la verità: il ministro della Pesca del Tamil Nadu, D. Jayakumar, ha confermato che chiazze di petrolio erano presenti fino alla spiaggia di Thiruvanmiyur, e che “una tonnellata di petrolio era fuoriuscita dalle falle”, ma che la situazione è sotto controllo.
La realtà, però, pare essere molto più grave di quella presentata. Nelle relazioni della Guardia Costiera si parla di oltre 20 tonnellate di petrolio finite nel Golfo del Bengala. E l’ultimo rapporto del Centro Nazionale Indiano per Ocean Information Services (INCOIS) stima che sarebbero 40 tonnellate di fanghi di petrolio e 27 tonnellate di miscela di olio e acqua rimossi a partire da giovedì mattina.
Lo stesso rapporto INCOIS ha confermato che la fuoriuscita ha inquinato 24,06 chilometri di costa del Chennai. In questo momento sono più di 500 le persone (lavoratori del Tamil Nadu Pollution Control Board, Kamarajar Port e pescatori locali), che stanno lavorando con la Guardia Costiera, nel tentativo di controllare la fuoriuscita di petrolio sempre più grande ed evitare che la macchia di petrolio causata dalle 40 tonnellate di petrolio finite in mare possa estendersi.
Durissimo il giudizio dei pescatori in merito al comportamento delle autorità: “Non sono intervenute immediatamente, e così ora il petrolio si è diffuso in tutte le spiagge”, ha detto K Bharati, leader del Welfare Association dei pescatori nel sud dell’India. “Ora è mescolato con la sabbia in una sostanza semi-solida, e ha danneggiato gravemente l’oceano”. “I funzionari della Guardia costiera non sono stati informati della situazione da parte delle autorità portuali”.
“Il problema principale è che Kamarajar Port ha dato le informazioni sbagliate, il primo giorno”, ha confermato l’attivista ambientale Nityanand Jayaraman, “quello che serviva era una valutazione attendibile della situazione, non una dichiarazione errata che ha portato ad un atteggiamento compiacente”. “La Guardia Costiera sta facendo il possibile”, dato che sono stati forniti informazioni non corrette”, ha aggiunto Nityanand. “Quello che è più frustrante è che le agenzie coinvolte, Pollution Control Board e il Porto Kamarajar, chiaramente non hanno alcun piano di emergenza per questo tipo di situazioni”.
In casi come questo, è essenziale intervenire prontamente per evitare che le chiazze di petrolio si “rompano” e formino chiazze più piccole che sono poi difficili da controllare e rimuovere.
Il danno non sarà solo ambientale ma anche economico e sociale: i pescatori non sono potuti uscire a pescare, e voci di catture di quantitativi di pesce inquinati e non sicuri per l’alimentazione, hanno fatto sì che i mercati del pesce restassero deserti.