di Enrico Oliari –

Il presidente russo Vladimir Putin ha restituito la visita che fece il 9 agosto il presidente turco Recep Tayyp Erdogan al palazzo Konstantinovsky di Strelna, nei pressi di San Pietroburgo.

I due si sono incontrati ad Ankara, occasione per fare il punto sulla crisi siriana come pure per mettere nero su bianco la ripresa della costruzione del Turkish Stream, il gasdotto che nelle intenzioni dovrebbe portare il gas russo in Europa tagliando fuori l’Ucraina. E proprio qui stanno le difficoltà, dal momento che già a suo tempo il ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak aveva fatto sapere che il tratto Russia – Turchia sarà pronto entro il 2019, ma “Senza le garanzie europee, si può trattare solo la prima parte del metanodotto”. L’accordo siglato oggi prevede sconti per la Turchia sull’acquisto del gas, come pure il piazzamento di due tubazioni, una diretta in Europa e l’altra ai terminali turchi: per l’amministratore delegato di Gazprom, Alexey Miller, la capacità annuale di ciascuna delle due condutture sarà di 15 miliardi e 750 milioni di metri cubi di gas naturale.

Archiviata la crisi del Sukhoi russo abbattuto sul confine con la Siria il 24 novembre dello scorso anno e rimosse le conseguenti sanzioni, gli ostacoli da superare restano la drammatica situazione di Aleppo e la crisi siriana nella sua complessità: i russi hanno sempre sostenuto il governo di Bashar al-Assad, mentre i turchi soono stati a fianco delle opposizioni più o meno moderate, compresi i qaedisti di Jabat al-Nusra (oggi Jabat Fath al-Sham) e i jihadisti dell’Isis, si pensi solo alle decine di migliaia di foreign fighter provenienti soprattutto dal Nordafrica transitati dagli aeroporti turchi.

Dopo l’attentato di Suruc del luglio 2015 ed i successivi ad opera dell’Isis, la posizione di Erdogan nei confronti dello Stato Islamico è mutata, mentre non è un mistero il supporto che ha continuato a dare e sta dando ai ribelli siriani e ai qaedisti loro alleati, compresi quelli di Aleppo est, dove piovono le bombe dei raid siriani e russi.

Una situazione che pone i due in contrapposizione, salvo la necessità di fare qualcosa per la terribile crisi umanitaria che sta interessando gli abitanti di quella parte di città.

Ed Erdogan ha spiegato ai giornalisti che “ovviamente si è trattato di un tema molto delicato”, “Abbiamo parlato degli sviluppi ad Aleppo, di cosa possiamo fare, in particolare sotto l’aspetto umanitario”. Secondo il presidente turco, è necessario “applicare una strategia” che favorisca la pace.

Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha ribadito che una delle soluzioni possibili è rifornire di aiuti la popolazione, stimata in 250mila abitanti, attraverso ponti aerei onde evitare che, com’è stato rilevato in passato, con gli aiuti via terra viaggino anche armi ed equipaggiamenti per i combattenti.

Per entrambi è risultato necessario individuare una strategia per arrivare ad una pace strutturata in Siria, ma questo argomento è ormai un disco rotto che si sente da anni, da tutte le parti coinvolte nel conflitto.

Poche ore prima dell’incontro il premier Bilal Yidirim aveva riferito a Sputnik che “Il ruolo della Turchia è quello di trovare punti comuni e unire la Russia, gli Stati Uniti e l’Iran. Inoltre nel processo può anche essere coinvolta l’Arabia Saudita. Serve per fermare lo spargimento di sangue nella regione e impedire la morte di persone innocenti e indifese”.

Erdogan e Putin hanno parlato anche dell’operazione “Scudo dell’Eufrate”, che vede i militari turchi impegnati in Siria per arginare i curdi nell’espansione verso ovest.

Esplicativo era stato Yildirim nella sua intervista di poche ore prima a Sputnik, dove aveva affermato che “Riteniamo le milizie curde di PYD e YPG delle ramificazioni dei terroristi Partito del Lavoratori del Kurdistan (PKK), attivi in Turchia.

Tuttavia gli Stati Uniti cooperano con loro nella lotta contro il Daesh. Questa situazione è per noi inaccettabile. Abbiamo ripetutamente detto agli americani che è impossibile distruggere un’organizzazione terroristica, sfruttando un’altra. Questo non è il modo per combattere il terrorismo”.

Erdogan in conferenza stampa non si è spinto oltre sul tema, che evidentemente rappresenta un ulteriore elemento di frizione nel marasma siriano, ma è probabile che i russi non siano interessati alla questione curda, anche perché se non fosse stato per i curdi dell’ Ypg (braccio armato del Pyd), che hanno resistito a Kobane ed avviato la controffensiva, l’Isis avrebbe acquisito terreno e si sarebbe consolidato. Inoltre, tenendo presenti i rapporti tra la Russia e il governo di Damasco, va detto che pur restando da storica diffidenza i curdi non si pongono il problema della permanenza o meno di Bashar al-Assad al potere, elemento che è invece il maggior contrasto nelle trattative (fino ad oggi fallite) di Ginevra: come ha dichiarato pochi giorni fa a Notizie Geopolitiche il leader del Pyd Saleh Muslim Mohammed, “Se il popolo siriano in una votazione libera eleggerà al-Assad, noi saremo con il popolo e rispetteremo il loro voto”.

Nella prima foto: Erdogan con Putin.

Nella seconda foto: il leader del Pyd siriano Saleh Muslim Mohammed.