di Giuseppe Gagliano

Le nuove accuse mosse dalla Repubblica Democratica del Congo contro il Ruanda, responsabile secondo Kinshasa della morte di oltre 1.500 civili nell’est del Paese nell’ultimo mese, non rappresentano una novità assoluta nel tormentato rapporto tra i due Stati. Ma il contesto in cui arrivano, e soprattutto la portata delle cifre denunciate, segnalano un salto di qualità in un conflitto che da trent’anni combina guerra locale, competizione regionale e predazione economica.

Secondo il governo congolese, la nuova offensiva del Movimento del 23 marzo avviata all’inizio di dicembre costituisce un atto di aggressione diretta alla sovranità nazionale, sostenuto militarmente e finanziariamente da Kigali. Le fonti citate sono quelle della società civile, corroborate da organizzazioni umanitarie e apparati statali. Un’accusa pesante, che riporta al centro della scena il ruolo del Ruanda come attore chiave – diretto o indiretto – delle dinamiche armate nel Kivu.

La presa di Uvira, nel Sud Kivu, dopo quelle di Goma e Bukavu nel corso del 2025, conferma che l’M23 non è più una milizia episodica, ma uno strumento militare strutturato, capace di manovra territoriale e controllo urbano. L’avanzata verso aree strategiche, incluse le direttrici che portano alla provincia mineraria del Tanganika, suggerisce che la logica dell’offensiva non sia solo politica, ma anche economica.

L’Est della RDC resta uno dei territori più ricchi di risorse al mondo e, al tempo stesso, uno dei meno governati. In questo vuoto di sovranità, gruppi armati come l’M23 operano come intermediari armati di una competizione più ampia, in cui la linea tra ribellione interna e proiezione regionale è volutamente ambigua. Kigali continua a negare ogni coinvolgimento diretto, ma le accuse di Kinshasa trovano eco nelle ripetute segnalazioni degli esperti delle Nazioni Unite.

Particolarmente significativo è il tempismo dell’offensiva: l’M23 ha intensificato le operazioni pochi giorni prima della firma, il 4 dicembre, di un accordo di pace tra RDC e Ruanda mediato dagli Stati Uniti. Un accordo che, nei fatti, appare privo di meccanismi di deterrenza reali. La promessa di ritiro dell’M23, annunciata il 16 dicembre, è stata giudicata insufficiente da Washington, che ritiene il gruppo ancora posizionato intorno a Uvira.

Questo scollamento tra diplomazia e realtà sul terreno rivela un problema strutturale: gli accordi vengono firmati, ma non imposti. In assenza di una forza credibile di monitoraggio e di costi concreti per le violazioni, la pace resta una parentesi retorica, mentre le dinamiche militari continuano a seguire la loro logica.

Le accuse congolesi parlano dell’invio di tre nuovi battaglioni ruandesi nell’Est della RDC, con un totale stimato tra i 5mila e i 7mila soldati ruandesi dispiegati. Se confermata, questa presenza segnerebbe un ulteriore passo verso la regionalizzazione del conflitto. Non a caso, lo ICGLR ha convocato a Livingstone una riunione straordinaria dei ministri della Difesa dei Paesi dei Grandi Laghi.

Il coinvolgimento di Stati come Uganda, Burundi e Zambia riflette la consapevolezza che l’instabilità dell’Est congolese non è più un problema interno, ma un fattore di destabilizzazione sistemica. Ogni avanzata dell’M23 produce ondate di profughi, tensioni transfrontaliere e un aumento della competizione armata tra attori statali e non statali.

A complicare ulteriormente il quadro interviene la violenza delle Forze Democratiche Alleate, responsabili di nuovi massacri nel Nord Kivu. Le ADF, affiliate allo Stato Islamico, operano da decenni nella regione e hanno dimostrato una notevole capacità di sopravvivenza, nonostante l’operazione militare congiunta “Shujaa” condotta da RDC e Uganda dal 2021.

La coesistenza di più conflitti sovrapposti, ovvero ribellione politico-militare, jihadismo, criminalità armata, rende l’Est della RDC un mosaico di guerre interconnesse, in cui ogni tentativo di stabilizzazione parziale rischia di essere neutralizzato da un altro fronte.

La crisi in corso non può essere letta come una semplice escalation temporanea. È il prodotto di una combinazione di fattori strutturali: fragilità dello Stato congolese, interferenze regionali, competizione per le risorse e incapacità delle architetture africane e internazionali di imporre soluzioni durature. Le accuse contro il Ruanda, vere o strumentali che siano, riflettono un dato di fondo: l’Est della RDC resta uno spazio conteso, dove la sovranità è negoziata con le armi.

In questo senso, i 1.500 civili uccisi nell’ultimo mese non sono solo una tragedia umanitaria. Sono l’indicatore di un conflitto che continua a riprodursi, adattandosi agli equilibri regionali e alle esitazioni della comunità internazionale. Finché la sicurezza verrà affrontata come emergenza e non come problema geopolitico strutturale, il Congo orientale resterà ciò che è da trent’anni: una guerra permanente senza dichiarazione formale.