di Giuseppe Gagliano

Nell’est della Repubblica Democratica del Congo la guerra non finisce mai. Il governo di Kinshasa ha accusato il gruppo armato M23 di aver ricevuto nuovi rinforzi dal Ruanda, mentre tenta di mantenere in vita un processo di pace mediato da Stati Uniti e Qatar. È la ripetizione di uno schema antico: tregue firmate e subito violate, accuse reciproche, ingerenze mascherate da “misure di sicurezza”. Dietro la cronaca, si nasconde una realtà più profonda: la contesa per il controllo delle immense risorse minerarie del Congo, dal coltan al cobalto, che alimentano l’economia mondiale e la rivalità regionale.

Da oltre trent’anni l’Est congolese è teatro di una guerra endemica che ha causato più di sette milioni di sfollati e centinaia di migliaia di vittime. Il gruppo M23, composto in gran parte da combattenti tutsi, controlla porzioni crescenti delle province del Nord e Sud Kivu, dove ha preso Goma e Bukavu. Kigali nega di sostenerlo, ma i rapporti delle Nazioni Unite documentano la presenza di truppe regolari ruandesi e di armi provenienti dal Ruanda. È una guerra ibrida, in cui eserciti regolari e milizie si confondono, e dove il confine fra difesa e invasione è sempre più labile.

Gli accordi di Washington del 27 giugno e la dichiarazione di Doha del 19 luglio avevano promesso un “cessate il fuoco permanente” e la creazione di un meccanismo di monitoraggio. Ma sul terreno non è cambiato nulla. Il portavoce del governo congolese, Patrick Muyaya, insiste nel parlare di “progressi”, evocando scambi di prigionieri e comitati di verifica, ma la realtà è che ogni annuncio diplomatico viene seguito da nuovi combattimenti. L’M23 accusa Kinshasa di sabotare il processo di pace, mentre il ministro della Difesa Guy Kabombo denuncia un incremento degli attacchi e la presenza di mezzi militari ruandesi oltre frontiera.

Per Kigali, la guerra nell’est congolese è anche un affare interno. Le autorità ruandesi giustificano la presenza di truppe e sistemi missilistici nel Kivu come risposta a “minacce” provenienti da milizie hutu rifugiate in Congo, ritenute responsabili del genocidio del 1994. Ma la logica della sicurezza preventiva nasconde una strategia d’influenza: mantenere instabile il Congo orientale per garantirsi l’accesso diretto alle sue risorse. Le miniere di cassiterite, oro e coltan che alimentano il mercato globale dell’elettronica restano sotto il controllo di gruppi armati che operano spesso in sintonia con interessi economici ruandesi e ugandesi.

La crisi congolese è diventata anche terreno di competizione internazionale. Gli Stati Uniti, che hanno assunto il ruolo di mediatori con il Qatar, puntano a contenere l’influenza russa e cinese, entrambe attive nel settore minerario. Mosca offre assistenza militare a Kinshasa, Pechino investe in infrastrutture e miniere. Il Congo diventa così un microcosmo delle nuove guerre globali per le materie prime strategiche.

La Missione ONU in Congo (MONUSCO), in campo dal 2010, non è riuscita a stabilizzare il Paese. Troppo debole per disarmare le milizie, troppo dipendente dai finanziamenti internazionali per esercitare autonomia. L’inerzia dell’ONU e l’ambiguità dei Paesi vicini alimentano un conflitto che non è solo locale ma sistemico: la guerra come strumento economico.

Ogni tentativo di pacificazione viene divorato dalla realtà delle armi. Dietro la retorica degli accordi di Washington e Doha si nasconde una verità amara: senza una reale volontà politica di limitare il sostegno esterno ai ribelli e senza una riforma profonda delle forze armate congolesi, la pace resterà un miraggio. Nel cuore dell’Africa, la Repubblica Democratica del Congo continua a vivere come una ricca terra povera, prigioniera della sua geografia e dei suoi minerali.