di Giuseppe Gagliano –
L’ennesimo massacro nell’est della Repubblica Democratica del Congo conferma che la guerra nella regione non è mai realmente terminata. Le Forze Democratiche Alleate, gruppo nato come ribellione ugandese e poi affiliato allo Stato Islamico, hanno ucciso almeno 36 persone tra Nord Kivu e Ituri in due giorni di attacchi contro villaggi isolati. Civili assassinati nelle case, contadini colpiti con armi da fuoco e machete, comunità costrette alla fuga: una violenza che punta soprattutto a dimostrare l’assenza dello Stato nelle aree rurali dell’Africa centrale.
Le ADF evitano lo scontro diretto con l’esercito congolese e con le forze ugandesi. La loro strategia consiste nel colpire civili e territori vulnerabili per rendere ingovernabili vaste aree del Congo orientale. Ogni attacco serve a terrorizzare la popolazione, svuotare villaggi, ostacolare il ritorno delle istituzioni e rafforzare l’idea che la vera autorità appartenga ai gruppi armati e non a Kinshasa.
Il gruppo si è trasformato nel tempo da milizia locale ugandese a organizzazione jihadista inserita nella propaganda globale dello Stato Islamico. Tuttavia la sua forza continua a derivare soprattutto dal caos congolese: confini porosi, foreste difficili da controllare, debolezza dell’esercito, traffici illegali e assenza di servizi pubblici. L’ideologia jihadista offre visibilità internazionale, ma il radicamento delle ADF resta legato alle dinamiche locali e all’economia di guerra dell’est congolese.
Dal 2021 Uganda e Congo conducono operazioni militari congiunte contro il gruppo, ma gli attacchi continuano. Le offensive riescono talvolta a distruggere basi o eliminare comandanti, senza però smantellare il sistema che permette alle milizie di rigenerarsi. La fragilità dello Stato resta il problema centrale: nelle province orientali mancano sicurezza stabile, infrastrutture, amministrazione e fiducia nelle istituzioni.
Nord Kivu e Ituri sono tra le aree più ricche di risorse minerarie dell’Africa, ma proprio questa ricchezza alimenta il conflitto. Coltan, oro, cobalto, stagno e altre materie strategiche finanziano traffici illegali, gruppi armati e reti criminali. La violenza non interrompe necessariamente l’estrazione delle risorse: spesso la accompagna, trasformando l’instabilità in un vantaggio economico per chi controlla miniere e rotte clandestine.
La crisi coinvolge anche gli equilibri regionali. L’Uganda considera le ADF una minaccia diretta alla propria sicurezza, mentre il Ruanda continua a essere uno degli attori più influenti nelle dinamiche dell’Est congolese. Milizie locali, gruppi jihadisti, interessi minerari e rivalità regionali si intrecciano in un sistema di conflitti sovrapposti che Kinshasa fatica a controllare.
La guerra nell’est del Congo ha inoltre una dimensione geopolitica crescente. Stati Uniti, Cina, Russia, Europa e Paesi del Golfo guardano con interesse alle immense risorse strategiche della regione, fondamentali per l’industria tecnologica e la transizione energetica globale. Tuttavia gli investimenti sulla stabilizzazione politica e sulla protezione delle popolazioni restano limitati.
Il massacro di Biakato e dei villaggi vicini a Beni Mau mostra ancora una volta come i civili siano il bersaglio principale del conflitto. Ogni attacco rafforza la sfiducia verso lo Stato e alimenta una guerra che da oltre trent’anni continua a devastare il cuore dell’Africa centrale. Finché sicurezza, sviluppo e controllo del territorio resteranno assenti, le ADF e le altre milizie continueranno a prosperare in una delle crisi più dimenticate e sanguinose del mondo.




