di Giuseppe Gagliano –

Nel cuore dell’Africa, un conflitto sta prendendo una piega sempre più pericolosa, mentre il mondo sembra guardare altrove. Durante una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, i funzionari delle Nazioni Unite hanno lanciato un avvertimento inequivocabile: l’offensiva dell’M23, il gruppo ribelle sostenuto dal Ruanda, potrebbe infiammare l’intera regione dei Grandi Laghi. Se il mondo non interverrà con decisione, il Congo rischia di diventare il detonatore di un conflitto più vasto.

La situazione sul terreno è drammatica. In poche settimane l’M23 ha preso il controllo di città strategiche come Goma e Bukavu, avanzando fino a Kamanyola, un crocevia di tre confini: Congo, Ruanda e Burundi. La strategia del gruppo è chiara: consolidare il proprio dominio nel Congo orientale, una regione ricca di minerali preziosi come il coltan e l’oro, fondamentali per l’industria tecnologica globale. Ma dietro i ribelli c’è molto di più di una lotta per le risorse. Secondo gli esperti ONU, almeno 4.000 soldati ruandesi stanno sostenendo attivamente l’M23, dando alla crisi una connotazione geopolitica ben più complessa.

L’M23 non è un fenomeno nuovo. Il gruppo è l’ennesima reincarnazione di milizie che da decenni destabilizzano l’est del Congo con il supporto più o meno velato del Ruanda. Kigali ha sempre giustificato il proprio intervento con la necessità di proteggere le comunità di origine tutsi in territorio congolese e di eliminare le milizie hutu ancora attive nella regione. Ma la realtà è molto più cinica: il Ruanda, un piccolo paese con poche risorse naturali, ha da anni costruito la sua economia anche grazie al traffico illegale di minerali dal Congo, come ampiamente documentato in numerosi rapporti internazionali.

Kinshasa non ha dubbi su chi sia il vero responsabile della crisi. Il ministro degli Esteri congolese, Thérèse Kayikwamba Wagner, ha chiesto un intervento immediato del Consiglio di Sicurezza per imporre il ritiro delle truppe ruandesi. “Queste forze hanno calpestato il diritto internazionale, portato morte e devastazione e violato la nostra sovranità”, ha dichiarato senza mezzi termini. Ma le risposte tardano ad arrivare.

L’ambasciatore ruandese all’ONU, Ernest Rwamucyo, ha ribaltato la narrazione, accusando il presidente congolese Félix Tshisekedi di aver cercato il sostegno delle potenze occidentali per sanzionare il Ruanda invece di impegnarsi in una soluzione africana della crisi. Un copione già visto: mentre Kigali nega ogni coinvolgimento, i suoi soldati avanzano sul terreno e i ribelli consolidano il loro potere.

Se c’è una cosa chiara in questa crisi, è l’immobilismo della comunità internazionale. L’ambasciatore francese all’ONU, Nicolas De Riviere, ha sollecitato l’approvazione di una risoluzione che ribadisca il sostegno all’integrità territoriale del Congo e chieda il ritiro dell’M23 e delle truppe ruandesi. Parole forti, certo. Ma non basta. La Francia, come molte altre potenze occidentali, ha tutto l’interesse a proteggere i propri investimenti minerari in Africa centrale, ma nessuna volontà di impantanarsi in un conflitto aperto.

Anche gli Stati Uniti, tradizionalmente alleati del Ruanda, si trovano in una posizione scomoda. Kigali è stata a lungo un partner strategico di Washington nella regione, soprattutto per il suo ruolo nei programmi di sicurezza e nell’antiterrorismo. Ma il sostegno di Paul Kagame ai ribelli dell’M23 sta rendendo sempre più difficile giustificare l’alleanza. La domanda è: fino a che punto gli Stati Uniti e l’Europa saranno disposti a chiudere un occhio?

Intanto, sul campo, la situazione precipita. L’ONU ha istituito una commissione d’inchiesta per documentare le atrocità commesse da entrambe le parti: esecuzioni sommarie, stupri di massa e crimini di guerra. Un’indagine che rischia di restare lettera morta, come già successo in passato.

La realtà è che il conflitto in corso non riguarda solo il Congo e il Ruanda. Se la situazione degenerasse ulteriormente, l’intera regione dei Grandi Laghi potrebbe essere travolta. L’Uganda e il Burundi, già coinvolti in misura minore, potrebbero intervenire più attivamente. L’Angola e il Sudafrica, che finora hanno cercato di mediare, potrebbero essere costretti a prendere posizione.

Questa crisi è un test per la comunità internazionale. Il rischio di una guerra regionale è reale, eppure le risposte restano vaghe, le condanne generiche e le soluzioni lontane. Come spesso accade in Africa, si aspetterà il disastro prima di agire. Ma a quel punto, sarà troppo tardi.