di Giuseppe Gagliano –

Il Kivu, regione orientale della Repubblica Democratica del Congo, è un luogo che in trent’anni ha visto morire dieci milioni di persone in una delle più gravi catastrofi umanitarie del nostro tempo, eppure rimasta ai margini dell’attenzione internazionale. Non si tratta di un conflitto isolato, ma di una guerra sistematica che ha trasformato questa regione in una terra di nessuno, un laboratorio di violenza permanente in cui massacri, stupri di massa e sfollamenti sono diventati parte della quotidianità.

Dietro questa tragedia si muove una regia precisa: Kigali. Il Rwanda ha costruito un sistema di controllo indiretto del Kivu attraverso il gruppo armato M23, il cui compito principale è destabilizzare la regione per consentire lo sfruttamento delle immense risorse minerarie – coltan, oro, rame, cobalto – indispensabili per l’economia digitale e la transizione energetica globale. La guerra diventa così un mezzo di produzione: più caos significa minore capacità dello Stato congolese di esercitare la sovranità e più spazio per i traffici illeciti gestiti da reti criminali e dai loro sponsor regionali.

Negli ultimi anni si è aggiunto un nuovo attore: il jihadismo internazionale. Gruppi affiliati allo Stato Islamico e ad Al-Qaeda hanno iniziato a operare nella regione, approfittando del vuoto di potere per impiantare basi e accedere alle stesse miniere che alimentano i profitti delle milizie. La sovrapposizione tra conflitto etnico, guerra per le risorse e jihadismo produce una miscela esplosiva che rischia di trasformare l’est del Congo in un nuovo epicentro del terrorismo africano, con conseguenze dirette sulla sicurezza globale.

La tragedia del Kivu è anche una questione geoeconomica. I minerali estratti in condizioni di schiavitù e conflitto finiscono nelle catene di approvvigionamento di giganti tecnologici e automobilistici. Smartphone, batterie per auto elettriche, pannelli solari: tutti dipendono dal cobalto e dal coltan congolesi. In assenza di controlli reali, i proventi di queste esportazioni finanziano la guerra e perpetuano il ciclo di violenza. È il paradosso di una transizione energetica “verde” costruita sul sangue di milioni di congolesi.

La comunità internazionale ha scelto di guardare altrove. Troppo grandi gli interessi economici, troppo sensibile l’equilibrio geopolitico tra potenze regionali come Rwanda, Uganda e Congo. Anche l’ONU, pur presente con una missione di pace, non è riuscita a fermare le violenze né a proteggere la popolazione civile. L’indifferenza diventa così complicità, e lascia campo libero a un sistema che trasforma il Kivu in una colonia mineraria de facto.

Il futuro del Congo orientale non riguarda solo l’Africa. È un nodo cruciale delle filiere globali di approvvigionamento per l’industria high-tech e per le economie avanzate. Stabilizzare la regione significherebbe garantire sicurezza energetica e industriale a livello planetario, ma richiederebbe un impegno politico e militare che finora nessuno ha voluto assumersi. Al contrario, la scelta implicita sembra essere quella di lasciare che il disordine garantisca l’accesso a basso costo alle risorse.