di Giuseppe Gagliano

I ribelli del M23 hanno annunciato l’intenzione di ritirarsi dalla città di Uvira, la città situata sul lago Tanganica e non distante dal confine con il Burundi conquistata nei giorni scorsi, e oggi piegata dall’emergenza umanitaria. L’iniziativa della ritirata è rivolta come gesto politico anzitutto agli Stati Uniti, che nelle ultime settimane hanno assunto un ruolo di regia sempre più esplicito nel tentativo di congelare, più che risolvere, il conflitto nell’est della Repubblica Democratica del Congo. La formula scelta da Corneille Nangaa, “misura di fiducia unilaterale”, dice molto: non una resa, non una sconfitta, ma una concessione tattica, reversibile, funzionale a un negoziato che resta fragile.

Il tempismo non è casuale. L’ingresso dell’M23 a Uvira è avvenuto pochi giorni dopo l’incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump, Félix Tshisekedi e Paul Kagame. Un incontro celebrato come “storico”, ma subito smentito dai fatti sul terreno. Il ritiro annunciato ora serve a rimettere la crisi entro i binari tracciati da Washington, senza modificare i rapporti di forza reali.

Uvira non è una città qualsiasi. Affacciata sul Lago Tanganica, a meno di trenta chilometri da Bujumbura, rappresenta l’ultimo grande caposaldo governativo nel Sud Kivu. La sua caduta ha avuto un valore strategico e psicologico enorme: ha mostrato la permeabilità delle difese congolesi e la capacità dell’M23 di spingersi fino alle porte di un altro Stato sovrano, il Burundi, già coinvolto indirettamente nel conflitto.

Il ritiro di cinque chilometri proposto dai ribelli, accompagnato dalla richiesta di una “forza neutrale”, va letto come un tentativo di cristallizzare i guadagni territoriali ottenuti altrove. Non è una de-escalation complessiva, ma una sospensione localizzata, utile a legittimare l’amministrazione parallela che l’M23 ha costruito nell’Est del Paese.

Sul piano geopolitico, il nodo resta il Ruanda. Kigali continua a negare ogni legame con l’M23, ma il rapporto del gruppo di esperti delle Nazioni Unite parla di comando e controllo diretti. Stati Uniti ed europei condividono questa valutazione, ma si muovono con estrema cautela. La minaccia del segretario di Stato Marco Rubio di “azioni” contro il Ruanda per la violazione degli Accordi di Washington è significativa, ma resta volutamente vaga.

Washington non vuole rompere con Kagame. Il Ruanda è un alleato chiave nella regione dei Grandi Laghi, un partner affidabile sul piano della sicurezza e un interlocutore essenziale in qualsiasi progetto di stabilizzazione regionale. La pressione americana mira quindi più a disciplinare l’M23 che a colpire direttamente Kigali.

La reazione del governo congolese mette in luce tutta la sua debolezza strutturale. Da un lato, Kinshasa ribadisce la volontà di riconquistare Uvira “a ogni costo”. Dall’altro, è evidente che l’esercito regolare, pur sostenuto da truppe burundesi e milizie alleate, fatica a reggere il confronto con un movimento ribelle meglio organizzato, più mobile e politicamente protetto.

Le manifestazioni di sostegno all’M23 a Uvira, per quanto difficili da interpretare in un contesto di guerra e intimidazione, indicano un problema più profondo: la frattura tra Stato centrale e periferie orientali. È una frattura che dura da trent’anni e che nessuna iniziativa di pace è riuscita a sanare.

Dietro la retorica della pace e della mediazione, la posta in gioco è eminentemente geoeconomica. L’Est della RDC concentra alcune delle più grandi riserve mondiali di cobalto, rame, litio, tantalio e manganese. Risorse indispensabili per la transizione energetica, l’industria digitale e quella militare. I 25.000 miliardi di dollari di riserve stimate dal Dipartimento di Stato americano spiegano meglio di qualsiasi comunicato l’improvviso attivismo di Washington.

L’idea di un accordo economico tra RDC e Ruanda su energia, infrastrutture ed estrazione mineraria è il cuore non dichiarato del processo di Washington. Ma Kinshasa ha posto una condizione chiara: nessuna cooperazione finché le truppe ruandesi, ufficiali o ufficiose, resteranno nell’Est del Paese. Una linea che, al momento, appare più dichiarativa che realmente negoziabile.

Il ritiro dell’M23 da Uvira non segna una svolta. È un aggiustamento tattico dentro una guerra lunga, strutturale, che ha già prodotto centinaia di migliaia di sfollati e migliaia di morti. Gli Stati Uniti cercano di evitare un’escalation regionale incontrollata e di preservare un quadro minimo di stabilità per i propri interessi strategici. I ribelli cercano legittimazione politica. Il Ruanda cerca profondità strategica. Kinshasa cerca una sovranità che, sul terreno, non controlla più.

In questo equilibrio precario, Uvira è solo una parentesi. Il conflitto dell’Est congolese resta aperto, e il rischio non è tanto una nuova offensiva, quanto la normalizzazione di una frattura permanente al cuore dell’Africa centrale.