di Giuseppe Gagliano –
Felix Tshisekedi ha puntato il dito contro Paul Kagame: il Ruanda, ha dichiarato il presidente congolese, mira ad annettere la parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Lo ha detto al Cairo, davanti alla diaspora congolese, evocando l’incubo di una mutilazione territoriale che il Paese conosce fin troppo bene. “Vuole occupare una terra ricca di minerali e di risorse agricole”, ha denunciato. Parole che suonano come un atto d’accusa, ma anche come un messaggio alla comunità internazionale: il conflitto nel Kivu non è più solo una guerra per procura, è un tentativo di ridefinire i confini africani con la forza.
Da anni il gruppo armato Movimento del 23 marzo (M23) rappresenta l’anomalia militare più pericolosa della regione. Nato formalmente per difendere la minoranza tutsi, è divenuto una forza militare ben equipaggiata e territorialmente radicata, capace di controllare intere città come Goma e Bukavu. Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, il Ruanda fornisce armi, logistica e copertura ai ribelli, nonostante le smentite ufficiali di Kigali. Il reclutamento di 400 magistrati annunciato di recente dal gruppo non è un dettaglio amministrativo: è un gesto politico. Significa che l’M23 vuole trasformare le aree occupate in una proto-entità statale, un embrione di potere alternativo a Kinshasa.
Dietro la guerra del Kivu c’è la geoeconomia dei minerali. Coltan, oro, cobalto, stagno: l’Est congolese è la cassaforte delle materie prime che alimentano l’industria mondiale delle batterie e dell’elettronica. Per Kigali, controllare quelle aree significa garantirsi accesso diretto a risorse che il Ruanda esporta da anni, spesso attraverso traffici che mascherano l’origine congolese. Per il Congo, invece, è una questione di sovranità economica: perdere il Kivu significa perdere il cuore della propria ricchezza futura.
La guerra è quindi anche una competizione per le rotte del contrabbando. Il Ruanda ha costruito, negli ultimi dieci anni, un’economia di trasformazione e riesportazione di minerali, presentandosi come modello di efficienza africana. Ma questa immagine di modernità si regge su una zona grigia: la ricchezza del vicino.
La lunga sequenza di negoziati, cioè Luanda, Doha, Washington, racconta un processo di pace sempre annunciato e mai concluso. Tshisekedi accusa Kagame di aver sabotato la firma dell’accordo di Luanda, rinviato a dicembre 2024, e di aver usato il pretesto della sicurezza dei confini per mantenere le truppe in territorio congolese. Il Ruanda risponde con sarcasmo: “teatralità politica”, dice il ministro degli Esteri Nduhungirehe, accusando Kinshasa di cercare consenso interno attraverso la demonizzazione del vicino.
Gli Stati Uniti e il Qatar tentano ora una mediazione parallela, nella speranza di trasformare i due processi in un’unica cornice negoziale. Doha ospita i colloqui fra governo e M23; Washington dovrebbe ospitare a fine novembre l’incontro diretto tra Tshisekedi e Kagame. Ma la storia recente mostra che ogni volta che si parla di pace, sul terreno aumentano gli scontri.
L’escalation fra Congo e Ruanda rischia di travolgere l’intera regione dei Grandi Laghi, dove operano oltre cento milizie, tra cui gruppi filo-ugandesi e islamisti. Il Ruanda si presenta come bastione di stabilità, ma la sua strategia di proiezione militare oltre confine genera il contrario: una spirale di conflitti che coinvolge anche Burundi e Uganda, mentre la SADC (Comunità di sviluppo dell’Africa australe) appare divisa sulla gestione militare del Kivu.
A Bruxelles e a Washington cresce il sospetto che Kigali stia cercando un riconoscimento implicito del suo “protettorato economico” sull’Est congolese, sfruttando la debolezza politica di Kinshasa e il vuoto di sicurezza lasciato dalle forze ONU in ritirata.
L’annuncio di Tshisekedi sui nuovi colloqui mediati dal Qatar mostra la volontà di mantenere aperta la via diplomatica, ma la realtà sul terreno dice altro: l’M23 consolida le sue posizioni, l’esercito regolare arretra, e la popolazione civile vive sotto occupazione e paura. La crisi non è solo militare: è la dimostrazione che, in Africa, la sovranità resta fragile quando è in gioco l’accesso alle risorse globali.
Se il Ruanda riuscisse a istituzionalizzare il controllo sul Kivu, si creerebbe un precedente pericoloso: la nascita di un nuovo tipo di espansione “economico-militare”, senza annessioni formali ma con dominio di fatto. E l’Africa centrale, già frammentata, rischierebbe di vedere il ritorno a una logica coloniale sotto nuove forme.




