RD Congo. Via l’immunità all’ex presidente Joseph Kabila

Il potere si vendica. La fine dell’immunità per Kabila apre una stagione di fuoco.

di Giuseppe Gagliano

Un voto segreto, un’accusa gravissima, una figura storica che rischia di finire sotto processo per complicità con un gruppo armato accusato di crimini di guerra. Nella Repubblica Democratica del Congo la politica ha varcato una soglia che sembrava invalicabile: il Senato ha revocato l’immunità parlamentare a colui che, per quasi vent’anni, è stato il dominus del Paese. Un gesto che scuote non solo Kinshasa, ma anche gli equilibri regionali.
L’ex presidente Joseph Kabila, figlio dell’ex presidente Laurent-Désiré Kabila assassinato nel 2001, è accusato dalla giustizia militare con un impianto pesantissimo: collaborazionismo con il gruppo armato M23, formazione tutsi attiva nel Nord Kivu e notoriamente sostenuta dal vicino Rwanda. Secondo le autorità giudiziarie, l’ex capo dello Stato avrebbe fornito supporto logistico e politico alla milizia che ha insanguinato l’est del Congo, conquistando di recente piazze strategiche come Goma e Bukavu.
Il Senato si è espresso con una maggioranza schiacciante: 88 voti favorevoli contro 5. Una commissione speciale aveva preparato il terreno, raccomandando all’unanimità la revoca delle protezioni istituzionali. Ma il voto non ha posto fine al dibattito: diversi costituzionalisti contestano la legittimità procedurale della misura, sostenendo che sarebbe servito il voto congiunto e rafforzato delle due camere, vista la delicatezza del caso e lo statuto di “senatore a vita” attribuito all’ex presidente.
Dietro la cortina della legalità formale però si intravede un duello politico spietato. Kabila, pur fuori dalla scena parlamentare, resta un attore ingombrante della vita pubblica congolese. Il suo partito, il PPRD, ha boicottato le elezioni legislative del 2023, ma conserva radici profonde nell’apparato statale e nelle élite economiche. L’ex presidente aveva annunciato un ritorno simbolico “da est”, ma da allora è sparito dalla circolazione. Un silenzio che ora assume contorni inquietanti.
Il governo attuale, guidato da Félix Tshisekedi, tenta così un’operazione doppia: da un lato lancia un messaggio di fermezza contro le reti d’intesa che per anni hanno facilitato l’operato del M23, dall’altro prova a neutralizzare l’ultimo vero rivale sistemico del potere. L’opposizione parla apertamente di “giustizia selettiva” e di “processo politico mascherato”, mentre le ONG denunciano il rischio di un uso strumentale dell’apparato giudiziario in un Paese dove l’equilibrio tra poteri resta precario.
Ma il vero nodo è regionale. Accusare apertamente l’ex presidente di complicità con un gruppo armato sostenuto dal Rwanda significa incrinare in modo diretto i rapporti con Kigali, già compromessi da mesi di tensione diplomatica. La denuncia assume quindi un significato strategico: delegittimare Kabila non solo come figura nazionale, ma come possibile canale parallelo con gli interlocutori esterni.
Per la prima volta nella sua storia la Repubblica Democratica del Congo mette ufficialmente sotto accusa un ex capo di Stato per crimini contro l’umanità. È una mossa che rompe un tabù, ma che apre un nuovo fronte d’instabilità. In un contesto segnato da guerre etniche, sfruttamento minerario e interferenze straniere, la giustizia rischia di diventare l’ennesimo strumento di lotta politica, piuttosto che una vera risposta alla sofferenza delle popolazioni congolesi.