di Giuseppe Gagliano –
Un altro casco blu è caduto. Ancora una volta in una terra dimenticata, dove la guerra è silenziosa e costante, e i morti non fanno notizia. Il 20 giugno, nel Nord della Repubblica Centrafricana, al confine con il Sudan, un peacekeeper zambiano della missione MINUSCA delle Nazioni Unite è stato ucciso in un’imboscata da parte di un gruppo armato non identificato. Un secondo soldato è rimasto ferito. Era in corso una semplice pattuglia di sicurezza. Un’altra missione di routine in una guerra che di routine ha solo l’indifferenza del mondo.
L’attacco è il terzo dall’inizio dell’anno a colpire la forza multinazionale dell’ONU presente nel Paese dal 2014. Una missione che avrebbe dovuto disarmare i gruppi ribelli, proteggere i civili, stabilizzare le istituzioni. Dieci anni dopo, resta solo il disastro: combattimenti in corso, un territorio frammentato, e una capitale, Bangui, che sopravvive più per equilibri esterni che per forza interna.
La crisi affonda le radici nel 2013, quando una coalizione di ribelli a maggioranza musulmana, nota come Seleka, rovesciò il presidente François Bozizé. La risposta cristiana delle milizie anti-Balaka innescò un ciclo di vendette interetniche e confessionali che ha frantumato il Paese in una costellazione di territori controllati da signori della guerra.
L’accordo di pace del 2019, firmato da 14 gruppi armati, si è rivelato una tregua di carta. Sei di quei firmatari si sono ritirati. Gli altri usano il trattato come copertura per consolidare il proprio potere. L’autorità dello Stato resta fragile, il controllo del territorio limitato. E la popolazione civile continua a pagare il prezzo di una guerra infinita combattuta in nome di nulla, se non del profitto.
Nel vuoto lasciato dalle potenze occidentali, è stata la Russia a inserirsi con forza nella crisi centrafricana. Ufficialmente con istruttori militari. In realtà, con contractor, uomini legati al gruppo Wagner e alle sue propaggini più opache. Il Cremlino ha stretto un patto implicito con le autorità locali: protezione in cambio di accesso alle miniere d’oro, diamanti, uranio.
Mosca si è trasformata nel garante armato del potere a Bangui, mentre le Nazioni Unite si limitano a contenere le violenze. Ma la presenza russa ha scatenato nuove tensioni: i gruppi ribelli vedono nelle forze russe nemici da colpire, e nei caschi blu ostacoli da eliminare. Gli stessi peacekeeper sono diventati bersagli, in un’asimmetria letale: non possono rispondere come un esercito, ma sono esposti come tali.
Il fatto che l’attacco provenga presumibilmente da gruppi armati sudanesi rafforza un altro aspetto della crisi: la totale permeabilità dei confini nella regione. Le guerre non restano confinate. Si spostano, si fondono, si moltiplicano. Il Sudan è nel pieno di un conflitto intestino tra l’esercito regolare e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Queste ultime, con solide reti nel Sahel e legami con traffici illegali, potrebbero aver esteso le loro attività nel Nord della Repubblica Centrafricana, sfruttando il caos e la mancanza di controllo.
La CAR è diventata così parte del “triangolo del caos” che unisce Sudan, Ciad e il cuore del Sahel. Un’area dove si muovono ribelli, jihadisti, miliziani, mercenari. Dove la lotta per il controllo del territorio si confonde con il saccheggio delle risorse e la manipolazione internazionale.
L’assassinio del peacekeeper zambiano non è solo l’ennesima tragedia locale. È un sintomo. Di una guerra dimenticata, che non produce titoli di testa ma ogni anno miete migliaia di vittime. Di una comunità internazionale che finanzia missioni senza scopo e senza strumenti. Di un Paese che vive da decenni in uno stato di emergenza normalizzato.
Eppure, finché gli occhi del mondo resteranno rivolti altrove, a Gaza, a Kiev, a Taiwan, la Repubblica Centrafricana continuerà a sanguinare in silenzio. Tra le pieghe dell’Africa più profonda, dove i sogni di pace si infrangono contro il muro dell’impunità, delle risorse contese e della diplomazia a doppia velocità.




