di Giuseppe Gagliano –
Donald Trump non ha mai nascosto il proprio disprezzo per l’immigrazione irregolare. Ma nella sua nuova stagione alla Casa Bianca ha deciso di spostare il baricentro delle espulsioni al di fuori dei confini statunitensi. L’accordo firmato con il Ruanda per il trasferimento di 250 migranti espulsi dagli USA si inserisce in questa logica di esternalizzazione securitaria: una soluzione che combina efficienza amministrativa e deterrenza politica, ma che solleva interrogativi etici e strategici di portata globale.
Kigali non è nuova a questo tipo di intese. Negli anni precedenti aveva già collaborato con l’UNHCR per accogliere temporaneamente rifugiati evacuati dalla Libia. Aveva anche firmato nel 2022 un accordo simile con il Regno Unito, poi annullato dal governo Starmer nel 2024. Oggi, sotto la guida di Paul Kagame, il Ruanda si ripropone come Paese affidabile per l’“outsourcing umanitario” occidentale, in cambio di vantaggi economici, visibilità diplomatica e relazioni privilegiate con Washington.
La promessa di formazione professionale, assistenza sanitaria e sostegno abitativo ai migranti accolti è parte integrante del pacchetto. Ma il bilancio dei precedenti programmi lascia spazio allo scetticismo: pochi sono stati i reinsediamenti riusciti, mentre restano le ombre su sorveglianza, detenzione e condizioni di permanenza.
Il Ruanda è il terzo Paese africano ad accettare l’accordo con l’amministrazione Trump, dopo Eswatini e Sud Sudan. In entrambi i casi le operazioni sono state segnate da ritardi, ricorsi legali e gravi problemi di trasparenza. A maggio, un volo diretto in Sud Sudan è stato deviato verso Gibuti dopo l’intervento di un giudice del Massachusetts. Episodi che mostrano come la giustizia americana rimanga ancora un freno (parziale) a certe derive esecutive.
In Eswatini 5 migranti provenienti da paesi diversi sono stati rinchiusi in una prigione di massima sicurezza. I loro legali hanno denunciato l’impossibilità di comunicare con i propri clienti. Una prassi che fa temere una progressiva opacità nel trattamento di persone che, pur avendo violato norme migratorie, restano titolari di diritti fondamentali.
Il Ruanda, piccolo Stato dell’Africa Orientale con meno di 15 milioni di abitanti, si presta perfettamente al disegno trumpiano: stabile, militarmente efficace, dipendente da aiuti e interessato a consolidare rapporti preferenziali con le grandi potenze. In cambio della propria “docilità diplomatica”, riceve investimenti, sostegno politico e visibilità internazionale.
Secondo l’analista Gonzaga Muganwa, l’accordo rafforza la posizione strategica del Ruanda nell’orbita di Trump, che a giugno si è attribuito il merito di aver facilitato un’intesa di pace tra Kigali e Kinshasa. La logica è chiara: chi collabora con l’America trumpiana, ottiene dividendi politici e finanziari. Un approccio bilaterale che premia l’allineamento e penalizza l’autonomia.
Non sorprende che le ONG e i difensori dei diritti umani abbiano espresso profonda preoccupazione. Gli accordi USA-Ruanda (e simili) creano un sistema nel quale individui vulnerabili vengono deportati in Paesi con cui non hanno alcun legame, se non la disponibilità politica ad accoglierli. Il Ruanda, nonostante i progressi economici, resta sotto osservazione per repressione politica, controllo dei media e uso della forza contro l’opposizione.
Nel frattempo, il discorso ufficiale parla di “opportunità”, “formazione” e “rilancio”. Ma la realtà è più sfumata: l’espulsione verso Paesi terzi equivale spesso a una detenzione prolungata, a una perdita di status giuridico e a un’esclusione duratura da qualsiasi sistema legale di accoglienza.
L’esternalizzazione delle frontiere non è una novità. L’Unione Europea lo pratica da anni con la Turchia, la Libia, il Niger. Ma la nuova amministrazione Trump la eleva a dottrina globale: chi non ha cittadinanza statunitense, può essere espulso anche in territori remoti, senza garanzie sostanziali. Gli esempi di cittadini indiani, iraniani, venezuelani o cinesi deportati in America Centrale o Africa lo dimostrano.
In un mondo frammentato, in cui la mobilità è sempre più criminalizzata, la logica del respingimento si afferma come strumento politico. Ma a che prezzo? La legittimità internazionale, il rispetto del diritto d’asilo e la tutela dei diritti umani rischiano di diventare vittime collaterali di una strategia che confonde sicurezza con rimozione.
L’accordo USA-Ruanda segna un passo ulteriore nella militarizzazione della politica migratoria. È la formalizzazione di un modello nel quale i Paesi più poveri fungono da discariche umane per le potenze ricche. È un patto che ridefinisce il rapporto tra Nord e Sud globale, tra forza e diritto. Ma è anche un precedente che potrebbe presto essere imitato, amplificato e istituzionalizzato.
E in questo scenario, l’Africa diventa non più un continente da sostenere, ma una piattaforma di gestione del rifiuto umano. Una deriva che interroga non solo le coscienze, ma anche l’equilibrio del sistema internazionale.




