di Giuseppe Gagliano –
Il Mar Baltico emerge come nuovo fronte critico della guerra tra Russia e Ucraina, con Mosca che punta il dito contro Estonia, Lettonia e Lituania accusandole di aver facilitato gli attacchi ucraini contro infrastrutture petrolifere strategiche russe. Le dichiarazioni della portavoce Maria Zakharova, che parla di possibili risposte, segnano un irrigidimento del linguaggio diplomatico e aprono a scenari di deterrenza più aggressiva.
Al centro delle tensioni ci sono obiettivi chiave come i terminal petroliferi della regione di Leningrado e il porto di Ust Luga, snodi fondamentali per l’export energetico russo. Gli attacchi ucraini non colpiscono solo la logistica, ma incidono sulla capacità di Mosca di sostenere economicamente lo sforzo bellico, inserendo il conflitto in una dimensione sempre più geoeconomica.
Il Baltico assume così un ruolo simile a quello avuto dal Mar Nero nelle prime fasi della guerra: uno spazio di pressione economica e strategica. Kiev dimostra una crescente capacità di colpire in profondità, mentre la Russia interpreta questi episodi come prova di una partecipazione indiretta dei Paesi baltici al conflitto, riducendo la distinzione tra sostegno politico occidentale e coinvolgimento operativo.
Estonia, Lettonia e Lituania respingono le accuse definendole disinformazione, ma per il Cremlino restano avamposti ostili dell’Occidente nello spazio ex sovietico. La questione si sposta quindi dal piano dei fatti a quello della percezione strategica, con il rischio di alimentare una spirale di tensione.
Anche l’Unione europea interviene ribadendo che un attacco a uno Stato membro equivarrebbe a un attacco all’intera Unione, mentre resta aperto il nodo su quanto Mosca sia disposta a spingersi senza provocare uno scontro diretto con la NATO.
Sul piano economico, gli attacchi ai terminal baltici aumentano l’incertezza sui flussi energetici russi, facendo crescere costi e rischi per operatori e mercati. Una dinamica che rafforza la dimensione di guerra economica e contribuisce ad alzare il livello complessivo dello scontro.
In questo contesto, il rischio di escalation resta concreto ma si muove su un terreno intermedio: cyberattacchi, operazioni ibride e pressioni nello spazio aereo e marittimo rappresentano strumenti con cui Mosca potrebbe reagire senza superare la soglia del conflitto diretto.
Il Baltico si configura così come un laboratorio della nuova guerra europea, dove infrastrutture energetiche, corridoi logistici e spazi di confine diventano centrali quanto il fronte militare. Il conflitto non è più confinato all’Ucraina, ma si estende progressivamente, trasformando la sicurezza europea in un equilibrio sempre più fragile.












