di Giuseppe Gagliano –
Venerdì scorso il leader nordcoreano Kim Jong Un ha ribadito che la collaborazione militare tra Corea del Nord e Russia continuerà “senza sosta”. Durante la cerimonia per l’inaugurazione di un monumento ai soldati nordcoreani caduti a fianco delle truppe russe nella regione di Kursk, Kim ha parlato di “fratellanza militante” e di un legame storico che, a suo dire, non sarà scalfito da nessuna pressione esterna. L’iniziativa rappresenta un messaggio politico diretto: Pyongyang si considera ormai parte integrante del fronte che sostiene Mosca nella guerra in Ucraina.
Secondo fonti di Kiev e Seul, la Corea del Nord avrebbe inviato oltre 10mila soldati per supportare le forze russe in cambio di aiuti economici e tecnologici nel settore militare. L’intelligence sudcoreana stima che circa 2mila di questi soldati siano morti nei combattimenti. Si tratta di un contributo significativo per un Paese che, isolato sul piano internazionale, vede in Mosca un alleato strategico e una fonte di risorse vitali per sostenere la propria economia e il programma militare.
Parallelamente cresce la presenza della Cina nell’Estremo Oriente russo. Secondo il Servizio di intelligence estero ucraino, Pechino e Pyongyang stanno gradualmente rafforzando la loro influenza economica e demografica su vaste aree del territorio russo orientale. Mosca, stretta dalle difficoltà della guerra, “paga” il sostegno dei suoi partner cedendo spazi di sovranità economica e territoriale. Gli investimenti cinesi in questa regione potrebbero raggiungere nel 2025 l’equivalente di 12,6 miliardi di dollari, in particolare nel commercio e nei settori strategici.
Ma non è solo una questione economica. Fino a due milioni di cittadini cinesi vivono tra Vladivostok e gli Urali, molti attratti da agevolazioni fiscali e dalla possibilità di soggiornare senza visto. Si sono già formate enclave con forte predominio cinese, dove la manodopera locale è quasi assente. È una dinamica che, pur non apparendo apertamente conflittuale, ridisegna gli equilibri interni della regione e ne erode il controllo russo.
La Corea del Nord è diventata anche un importante fornitore di manodopera per la Russia. Secondo stime ufficiali, oltre 15mila lavoratori nordcoreani si sono trasferiti nell’Estremo Oriente russo nell’ultimo anno, ma le cifre reali potrebbero essere tre volte superiori. I contratti richiesti dalle imprese russe superano già quota 150mila, e secondo le stime Pyongyang incassa circa 500 milioni di dollari all’anno da questa attività, mentre ai lavoratori vengono riconosciuti compensi minimi. Si tratta di un’operazione che rafforza il controllo politico interno di Kim Jong Un e garantisce valuta straniera al regime.
La combinazione tra espansione economica cinese e penetrazione militare e lavorativa nordcoreana mette Mosca in una posizione sempre più vulnerabile. L’intelligence ucraina stima che, se questa tendenza dovesse proseguire, il Cremlino potrebbe perdere il controllo effettivo su quasi il 40% del proprio territorio, pari a circa 7 milioni di chilometri quadrati, trasformando l’Estremo Oriente in un’area di influenza condivisa tra due potenze asiatiche.
La Cina punta a consolidare la sua egemonia economica in un’area strategica e ricca di risorse, mentre la Corea del Nord sfrutta la guerra per ottenere vantaggi immediati: soldi, tecnologia e spazi di manovra internazionale. Per Mosca, questo “baratto territoriale” rappresenta un rischio strategico di lungo periodo: nella ricerca di sostegno per la guerra, sta aprendo le porte a un lento ma costante indebolimento della propria sovranità regionale.
Dal punto di vista militare l’apporto nordcoreano consente a Mosca di liberare parte delle proprie riserve per impiegarle altrove, ma non cambia in modo decisivo l’andamento del conflitto in Ucraina. È invece sul piano geopolitico che la dinamica appare più significativa: la guerra sta accelerando l’integrazione tra Russia, Cina e Corea del Nord, ma in modo asimmetrico, con Mosca sempre più dipendente dai suoi partner asiatici.
Dal punto di vista geoeconomico la penetrazione cinese nell’Estremo Oriente può essere letta come un’operazione di “espansione silenziosa” che, a differenza di quella militare, non provoca allarmi immediati ma crea dipendenze profonde e difficili da invertire. Se Pechino continuerà ad ampliare la sua presenza economica e demografica, e Pyongyang manterrà la fornitura di soldati e lavoratori, la Russia rischia di vedere trasformata una parte cruciale del proprio territorio in un campo di competizione tra due alleati che perseguono obiettivi autonomi.
L’alleanza tra Russia, Cina e Corea del Nord non è un’alleanza tra eguali: è un equilibrio precario costruito sulla necessità di Mosca e sull’opportunismo di Pechino e Pyongyang. La guerra in Ucraina ha reso il Cremlino più vulnerabile, costringendolo a cedere leve di potere su una delle sue regioni più strategiche. Quella che oggi appare come una cooperazione potrebbe trasformarsi, domani, in una competizione tra potenze che agiscono per i propri interessi, non per quelli della Russia.




