di Giuseppe Gagliano –
La crescita record delle esportazioni russe di platino verso la Cina, cioè 249,5 milioni di dollari a settembre, è un indicatore molto più rilevante di quanto sembri a prima vista. Non si tratta soltanto di un dato commerciale: è un tassello nella costruzione di un asse economico e strategico che lega sempre più strettamente Mosca e Pechino. Con una quota di mercato pari al 25% delle forniture di platino alla Cina, la Federazione Russa consolida la sua posizione come secondo fornitore dopo Sudafrica (32%), creando un canale di interdipendenza economica che ha riflessi diretti sullo scenario geopolitico globale.
Il platino è un metallo raro e critico per diversi settori: transizione energetica, industria automobilistica, produzione di catalizzatori, raffinazione e tecnologie legate all’idrogeno. In un contesto di competizione tecnologica e di decarbonizzazione, controllarne i flussi significa avere leva strategica. Pechino, che da anni punta a garantirsi forniture sicure di materie prime, considera il platino un componente fondamentale della sua catena industriale legata all’energia pulita e alle nuove tecnologie. Per Mosca, invece, queste esportazioni rappresentano valuta pregiata in un momento di pressione sanzionatoria occidentale e di ridotta accessibilità ai mercati europei.
L’intensificazione delle esportazioni russe non è soltanto una risposta tattica alle sanzioni, ma una scelta strutturale. Pechino ha bisogno di materie prime per sostenere la propria industria, Mosca ha bisogno di sbocchi commerciali per ridurre la dipendenza dal mercato europeo. Questo crea un’interdipendenza asimmetrica in cui la Cina è l’acquirente dominante e la Russia il fornitore strategico ma subordinato. Tuttavia, la leva energetica e mineraria resta uno strumento di influenza per Mosca, utile a mantenere un margine di manovra nei negoziati bilaterali e nelle dinamiche multipolari emergenti.
Il controllo delle filiere di approvvigionamento di metalli critici come il platino rappresenta una delle aree meno visibili ma più decisive della competizione globale tra blocchi. La crescente quota russa nel mercato cinese indebolisce ulteriormente la capacità dell’Occidente di isolare Mosca e offre a Pechino un vantaggio competitivo sulle catene industriali legate alla transizione energetica. È una partita geoeconomica che si gioca lontano dai riflettori militari, ma che incide sulla struttura stessa del potere globale.
Tre elementi meritano attenzione. Primo, l’eventuale espansione di accordi a lungo termine tra Mosca e Pechino che fissino prezzi preferenziali per il platino, consolidando un canale stabile di fornitura. Secondo, la possibilità che la Russia utilizzi il metallo come leva strategica in forum multilaterali e in accordi commerciali più ampi. Terzo, l’effetto domino su altri produttori, in particolare Sudafrica e Zimbabwe, che potrebbero trovarsi schiacciati da un asse bilaterale sempre più dominante.




