di Giuseppe Gagliano –
C’è una Russia che combatte in Ucraina e una Russia che naviga. Silenziosa, paziente, metodica. La missione della flotta del Pacifico nel Mar Rosso, tracciata da una mappa pubblicata da Newsweek, appartiene a questa seconda dimensione: meno visibile, ma non meno strategica. È la Russia che misura lo spazio marittimo globale, che riafferma la propria presenza lungo le rotte cruciali del commercio e della sicurezza internazionale, che segnala di non essere confinata né politicamente né militarmente al solo teatro europeo.
La flottiglia, partita da Vladivostok a inizio ottobre e composta dalla fregata Marshal Shaposhnikov, dalla corvetta Gremyashchy e dalla petroliera Boris Butoma, non è un gruppo d’assalto. È una formazione da proiezione, costruita per durare nel tempo, capace di sostenere lunghi dispiegamenti e di muoversi tra Oceano Pacifico, Indiano e Mar Rosso senza dipendere da basi fisse. In questo senso, la presenza della petroliera è già di per sé un messaggio: autonomia logistica, continuità operativa, capacità di restare lontani da casa.
Il percorso seguito non è casuale. Gli stretti giapponesi, il Mar Cinese Meridionale, il Sud-Est asiatico, l’Oceano Indiano, Bab el-Mandeb. Ogni tappa è un nodo geopolitico sensibile. Ogni scalo, cioè Vietnam, Thailandia, Indonesia, Myanmar, Bangladesh, Sri Lanka, Brunei, è un atto di diplomazia navale, una stretta di mano in uniforme, un promemoria: Mosca c’è, parla con tutti, non accetta l’isolamento imposto dall’Occidente.
C’è anche un forte valore simbolico nel ritorno russo in porti come Da Nang, che richiama la storica presenza sovietica a Cam Ranh Bay durante la Guerra fredda. Non è nostalgia imperiale, ma memoria strategica: la Russia ricostruisce legami là dove aveva già investito influenza e capitale politico. In un’Asia sempre più contesa tra Stati Uniti e Cina, Mosca si propone come terzo attore, meno ingombrante, ma utile, soprattutto per Paesi che cercano margini di autonomia.
La divisione della flottiglia dopo lo scalo in Myanmar è altrettanto significativa. La Gremyashchy resta nell’Indo-Pacifico, mentre la Marshal Shaposhnikov e la Boris Butoma puntano verso Ovest, entrando nel Mar Rosso dopo aver attraversato il Golfo di Aden. Qui la dimensione militare si fa più esplicita: esercitazioni, scenari di minaccia asimmetrica, sicurezza delle rotte. Il Mar Rosso non è solo un mare di passaggio: è il corridoio che collega Mediterraneo e Oceano Indiano, uno dei punti più delicati del sistema commerciale globale.
In questo contesto, l’ipotesi di un coordinamento operativo con la marina cinese, presente nella stessa area con missioni di scorta, non è secondaria. Non serve un’esercitazione congiunta per parlare di cooperazione: basta la co-presenza, la normalizzazione di una vicinanza militare che manda un segnale chiaro a Washington e ai suoi alleati. Russia e Cina non sono alleate nel senso classico, ma condividono una visione: impedire che gli spazi marittimi strategici diventino domini esclusivi dell’Occidente.
Dal punto di vista militare, come osservano analisti navali occidentali, questi dispiegamenti non sono una novità. La Russia li pratica da anni, anche prima della guerra in Ucraina. Ma oggi assumono un peso diverso. Con la perdita di centralità della Siria come piattaforma sicura e con il Mediterraneo sempre più sorvegliato dalla NATO, mantenere una presenza navale a Sud dell’Europa diventa una priorità strategica. Non per sfidare direttamente l’Alleanza, ma per ricordare che il fianco meridionale resta uno spazio contendibile.
C’è infine una dimensione geoeconomica spesso sottovalutata. Le rotte attraversate dalla flotta russa coincidono con quelle dell’energia, delle materie prime, dei container. In un mondo frammentato, dove la sicurezza delle catene di approvvigionamento è diventata un fattore di potere, la presenza militare serve anche a proteggere interessi economici, reali o potenziali. La Russia non controlla questi flussi, ma mostra di poterli osservare, seguire, eventualmente disturbare.
In definitiva, la missione della flotta del Pacifico nel Mar Rosso non è una dimostrazione di forza muscolare, ma di resistenza strategica. È la prova che Mosca, pur impegnata in un conflitto logorante in Europa orientale, continua a ragionare in termini globali. Naviga lontano, parla con molti, resta visibile. In geopolitica, spesso, esserci conta quanto vincere.












