di Giuseppe Gagliano –

La crescita dell’economia russa mostra evidenti segnali di rallentamento nella prima metà del 2026, indicando che la spinta garantita dalla produzione militare non è più sufficiente a trainare l’intero sistema produttivo. Nei primi cinque mesi dell’anno il Pil è aumentato appena dello 0,2%, in netto calo rispetto all’1% registrato nello stesso periodo del 2025 e ben lontano dai ritmi sostenuti del biennio precedente.

Il dato smentisce sia le previsioni di un rapido collasso economico causato dalle sanzioni occidentali, sia la narrativa russa secondo cui la riconversione bellica avrebbe assicurato una crescita duratura. La produzione del comparto della difesa continua infatti a espandersi, ma l’industria nel suo complesso cresce solo dello 0,4%, segnalando una progressiva perdita di slancio dell’economia civile.

Sempre più marcato appare inoltre il divario tra Mosca e il resto del Paese. La capitale continua a beneficiare di investimenti, redditi e attività produttive sostenuti dalla spesa pubblica, mentre molte regioni mostrano segnali di stagnazione o recessione. Uno squilibrio territoriale che potrebbe avere conseguenze non solo economiche, ma anche sociali e politiche, qualora la crescita continuasse a concentrarsi nelle aree maggiormente legate allo Stato e all’industria della difesa.

Tra i principali fattori di vulnerabilità figura il settore energetico. Gli attacchi alle raffinerie hanno ridotto la capacità di lavorazione del greggio, contribuendo ad aumentare i costi dei carburanti e della logistica. Parallelamente il calo del prezzo del petrolio Urals ha ridotto le entrate fiscali e in valuta estera, limitando i margini di bilancio del governo e complicando la gestione della politica monetaria in presenza di un’inflazione ancora elevata.

Nel breve periodo gli analisti ritengono più probabile uno scenario di stagnazione controllata, sostenuta dalla spesa militare, dalle esportazioni energetiche verso Asia, India, Cina, Medio Oriente e Africa e dal forte intervento dello Stato. Resta però concreta anche l’ipotesi di una Russia a due velocità, con il comparto militare e i settori strategici ancora in espansione, mentre l’economia civile e le regioni periferiche subiscono gli effetti della guerra e delle restrizioni finanziarie.

Gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche rientrano in una strategia volta a logorare la capacità economica della Federazione Russa, aumentando i costi della logistica e riducendo le risorse disponibili per sostenere contemporaneamente il fronte militare e l’economia interna. Mosca ha tuttavia dimostrato una significativa capacità di adattamento e di ripristino delle infrastrutture colpite, riducendo l’efficacia di questa pressione nel breve periodo.

Sul piano geopolitico la Russia non appare vicina al collasso, ma affronta gli effetti di una guerra di lunga durata che rende l’economia sempre più dipendente dalla spesa pubblica, dall’industria militare e dai rapporti commerciali con i partner non occidentali. La prosecuzione del conflitto rischia però di consolidare un modello economico fondato sulla mobilitazione permanente, con una progressiva riduzione degli investimenti civili, dei consumi e delle prospettive di crescita strutturale.