Russia. L’imperialismo di Putin tra violazione del diritto internazionale, retorica e ideologie

di Giuseppe Lai

Le recenti trattative sul piano di pace tra Russia e Ucraina proposto dagli Stati Uniti hanno condotto, secondo alcuni analisti, a una situazione di stallo mentre l’opinione dei più pessimisti è quella di un vero e proprio fallimento. Uno dei nodi cruciali è rappresentato dai territori ucraini, sui quali le posizioni dei contendenti appaiono rigide. Da un lato la Russia chiede il riconoscimento delle regioni ucraine che ha unilateralmente annesso, comprese le parti che non ha ancora conquistato. Dall’altro l’Ucraina, supportata da numerosi paesi del mondo inclusa l’UE e la NATO, sostiene l’illegittimità di tali annessioni. Questo perpetua una condizione di conflitto, tensione e instabilità, rendendo sempre più lontana la normalizzazione delle relazioni russo-ucraine e le prospettive di pace. “Kiev si ritiri o libereremo il Donbass con la forza”, è l’ultima dichiarazione ufficiale di Vladimir Putin, del tutto coerente con quella “bulimia” di conquista che è un tratto caratterizzante del suo imperialismo in politica estera. La memoria di alcune tappe fondamentali del suo curriculum interventista è sufficiente a dimostrarlo: l’annessione della Crimea, il sostegno ai separatisti filorussi del Donbass e le azioni militari in Georgia, prima dell’intervento su larga scala in Ucraina.
Queste azioni militari hanno avuto come denominatore comune la violazione del diritto internazionale e nello specifico la Carta delle Nazioni Unite, che vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di qualsiasi Stato oltre alla molteplicità di azioni condotte contro il diritto umanitario. Se sul piano della legalità tale politica interventista della Russia è oggettivamente configurabile come “imperialismo illegale”, resta aperto il dibattito degli analisti sul piano delle motivazioni alla base di tale postura. Una tesi sul campo è la retorica imperiale, mossa da un atteggiamento nostalgico di Putin per l’ex impero sovietico, la cui disgregazione è definita dal capo del Cremlino “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”. Un evento traumatico che, ad esempio, giustifica le annessioni di Crimea e Donbass come espressioni del desiderio di recupero di un ordine naturale, da concretizzarsi nel dominio delle popolazioni russofone ai confini. Tale retorica denota al tempo stesso la psicologia del potere e si traduce in obbiettivi politici reali: consolidamento del consenso interno, costruzione di identità nazionali, giustificazione di scelte geopolitiche.
A fondamento di tale narrazione imperialista possono ascriversi anche le inclinazioni intellettuali emerse molti anni prima, negli anni ’20, durante l’emigrazione russa antibolscevica: un’ondata di militari, civili, rifugiati che rifiutarono il comunismo e cercarono di preservare la cultura e l’identità russa al di fuori del loro Paese, tra cui l’Europa. In tale ambito prese avvio la narrazione “eurasista”, secondo la quale la Russia non era ne Europa ne Asia ma piuttosto un continente sui generis che le ricomprendeva entrambe. Tale concetto eurasista fornirebbe il substrato ideologico per l’imperialismo di Putin, giustificandolo come una necessità storica e culturale per elevare la Russia a potenza egemone in chiave antioccidentale. Esso si declinerebbe in un progetto di ricomposizione e integrazione dei territori dello spazio post sovietico, secondo una logica autoritaria e accentratrice, richiamata dal sociologo russo Lev Gudkov, che così enuncia l’ideologia alla base del “Putin pensiero”: “Il putinismo, inteso come ideologia, non è una guida all’azione politica e non offre un programma per riorganizzare la società secondo i suoi principi. Il conservatorismo putiniano serve a legittimare lo status quo, il regime, e a conservare il potere. In sostanza, questa ideologia si riduce a giustificare la restaurazione del sistema precedente e a screditare il concetto stesso di riforma, bollando come assurda l’idea che i cambiamenti politici siano necessari, che il governo abbia l’obbligo di rendere conto delle proprie azioni e che la Russia debbia avviare un processo di democratizzazione”. Gli fa eco il politologo Vladimir Gel’man, che insiste sul “congelamento” dello status quo politico ed economico della Russia, inteso come mantenimento degli assetti interni del Paese e funzionale agli interessi della ristretta élite oligarchica che lo governa.
Nella politica estera ciò si riflette in espansionismo territoriale, motivato proprio dalla necessità di difendere la struttura interna dello Stato. Esso risponderebbe alla crescente autopercezione della Russia come “fortezza assediata” da un mondo esterno ostile, incarnato dall’allargamento progressivo della Nato o dalle evoluzioni politiche interne all’Ucraina, una logica che potrebbe tradursi in espansionismo “difensivo”. Altri analisti occidentali vedono invece un espansionismo “offensivo” da parte del Cremlino: la sindrome da assedio è solo un pretesto per annettere territori e destabilizzare gli Stati confinanti, una tesi che sostiene l’aggressività imperialista da una differente prospettiva. Secondo Anton Barbashin, analista russo fondatore del sito “Riddle”, specializzato in analisi politiche, per comprendere la strategia di Putin occorre far riferimento ad un altro concetto, riassumibile nella cosiddetta “Chaos Theory”, la Teoria del Caos. E’ un’impostazione dottrinale che riflette il pensiero di una parte significativa dell’élite russa. Essa fornisce una veste ideologica alle scelte politiche passate e presenti del Cremlino, collocando la politica russa all’interno di una fase storica dell’ordine internazionale definita instabile e caotica.
Il caos, in base a questa dottrina, è il risultato del crollo dei vecchi centri di gravità geopolitica (l’ordine post-Yalta, il sistema post-Guerra fredda, il presunto unipolarismo statunitense) e precede la formazione di nuove istituzioni e nuove regole. In questa fase di transizione, che a differenza delle narrazioni prima esposte si caratterizza per l’impossibilità di un ritorno ad un ordine precedente, regna il vuoto geopolitico, dove i diversi attori non sanno quale forma assumerà il futuro sistema internazionale. In tale contesto, gli sforzi dell’Occidente nel mantenere ed estendere l’ordine liberale sono destinati al fallimento, in quanto specchio del passato, mentre lo stato attuale premia le iniziative unilaterali dei singoli attori geopolitici, che potranno adottare politiche flessibili finalizzate alla gestione del caos a proprio vantaggio, riscrivendo norme o magari aggirandole in base alla convenienza. In altri termini, l’imperativo è gestire al meglio l’instabilità e il disordine preesistente e cogliere le opportunità per vincere la competizione sullo scenario globale. Cade anche la rigida distinzione tra blocchi e schieramenti: nessuna forma di alleanza è vincolante e nessun partner è definitivamente amico o nemico.
L’interesse nazionale diventa l’unica direttrice da seguire e ciò giustifica qualsiasi comportamento statale, interno ed esterno: dalla repressione domestica agli attacchi mirati alle infrastrutture civili ucraine ma anche il rifiuto dei diritti umani e di ogni forma di legalità internazionale considerata occidentale. Ogni Stato deve elaborare norme proprie e un sistema valoriale senza far riferimento ad alcun modello internazionale. Per la Russia ciò equivale alla dottrina della “civiltà-stato” proclamata da Putin nel 2023, che implica un’identità politica indipendente da influenze esterne e ispirata selettivamente dalla propria storia. Sul piano militare, la frequenza dei conflitti è ritenuta inevitabile nella fase di formazione del nuovo ordine e la guerra non è più un’eccezione ma viene normalizzata come strumento di politica ordinaria per difendere la sovranità e gli interessi statali. Nel caso dell’Ucraina, in base alla Teoria del Caos, la Russia non viola alcuna norma, perché le norme stesse sono state travolte dal caos. Le stesse annessioni territoriali fatte in precedenza diventeranno fatti compiuti accettati e le sanzioni occidentali perderanno significato.
Da quanto esposto si evince una narrazione che considera necessità storiche le scelte di potere della Russia e colloca la repressione, il controllo sociale, la militarizzazione e la violazione del diritto internazionale all’interno di una cornice di normalizzazione, funzionale unicamente agli interessi espansionistici del regime putiniano. In definitiva tale analisi, e quelle prima descritte, rappresentano prospettive, utili per la comprensione di quel “labirinto politico” che è la postura della Russia contemporanea, difficilmente riconducibile a un’interpretazione univoca.