di Giuseppe Gagliano –

La decisione di Lukoil di vendere le sue attività estere al gruppo svizzero Gunvor segna un momento di svolta nella guerra economica scatenata dalle sanzioni occidentali contro la Russia. Per la prima volta, una delle più grandi compagnie energetiche russe accetta di ridisegnare il proprio impero industriale pur di sopravvivere. Dopo le misure del Tesoro americano del 22 ottobre, che hanno colpito Lukoil e Rosneft, il Cremlino ha autorizzato la cessione degli asset stranieri per evitare che venissero congelati. È la resa al pragmatismo: mantenere la liquidità e garantire l’operatività interna, anche a costo di perdere pezzi strategici all’estero.

Lukoil International GmbH, la filiale con sede in Europa che gestisce raffinerie, terminal e catene di distribuzione dal Mar Nero all’America Latina, rappresentava l’anima globale dell’azienda. La sua vendita a Gunvor non è solo un affare finanziario: è una manovra geopolitica che ridefinisce il controllo delle filiere petrolifere nel Mediterraneo, nei Balcani e in Asia centrale.

La scelta dell’acquirente non è casuale. Gunvor, nata come trader del greggio russo e un tempo legata a Gennady Timchenko, alleato di Putin, oggi è un colosso occidentale che ha saputo riciclare la propria immagine dopo le sanzioni del 2014. È l’emblema di come il mercato dell’energia, anche in tempo di guerra economica, continui a intrecciare finanza, politica e interessi personali. Gunvor si propone come intermediario “neutrale” capace di rilevare asset strategici senza violare formalmente i divieti internazionali, ma con la garanzia di mantenere operative catene di approvvigionamento ancora dipendenti dal greggio russo.

L’accordo mette in luce la contraddizione della politica occidentale delle sanzioni. Da un lato, Washington proclama l’obiettivo di strangolare l’industria energetica russa; dall’altro, concede licenze temporanee fino al 21 novembre per consentire alle aziende di concludere “in modo ordinato” le operazioni con Lukoil e Rosneft. È una flessibilità che serve a proteggere la stabilità dei mercati e le forniture europee. In realtà, Gunvor e società analoghe come Vitol e Trafigura hanno tratto profitti record proprio dalle turbolenze create dalle sanzioni. Hanno comprato a basso prezzo, venduto caro e reinvestito in nuove infrastrutture, dai giacimenti alle centrali elettriche.

Questa dinamica conferma un principio ormai costante della guerra economica: chi impone le sanzioni stabilisce anche le eccezioni. La filiera dell’energia, più che un campo di battaglia, è una rete di accomodamenti.

Per la Russia, la perdita degli asset esteri è un danno di immagine ma non necessariamente un colpo fatale. Lukoil conserva il 2% della produzione mondiale di greggio e continua a operare nel gigantesco giacimento di West Qurna 2 in Iraq, dove controlla il 75% delle quote. Inoltre, mantiene raffinerie in Bulgaria e Romania, punti chiave per il rifornimento di Europa sud-orientale e Turchia. Queste strutture, seppur formalmente in vendita, restano collegate a Mosca da contratti di fornitura e personale tecnico russo. È la dimostrazione che la deglobalizzazione dell’energia è solo apparente: cambiano i nomi sugli atti di proprietà, ma non le dipendenze materiali.

La vendita a Gunvor rappresenta anche un tentativo di proteggere il know-how russo dall’isolamento. Trasferendo asset a una società svizzera non ostile, Mosca evita che le sue infrastrutture vengano sequestrate o dismesse, mantenendo così la possibilità di rientrare nel mercato in futuro, se il clima politico cambierà.

Le sanzioni su Lukoil e Rosneft hanno provocato onde d’urto nei mercati asiatici. L’India, che importa circa 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno, ha sospeso i nuovi acquisti di greggio russo e punta ora a diversificare le forniture, attingendo fino a 24 milioni di barili dalle Americhe. Questo spostamento temporaneo dei flussi energetici rappresenta una vittoria indiretta per Washington, che vede le sue esportazioni di petrolio e gas tornare competitive dopo anni di declino.

In prospettiva, gli Stati Uniti non cercano tanto di distruggere l’industria petrolifera russa, quanto di ridisegnarne le rotte. La vendita di Lukoil a Gunvor rientra perfettamente in questa logica: non interrompere il flusso di greggio, ma assicurarsi che passi attraverso canali controllabili o “amici”.

L’operazione Lukoil-Gunvor dimostra che la guerra economica tra Russia e Occidente non è una rottura ma una riorganizzazione del sistema. Le sanzioni ridisegnano i circuiti, ma non li interrompono. Mentre Mosca si ritira formalmente dai mercati occidentali, le sue molecole di petrolio continuano a scorrere sotto bandiere diverse e società di comodo. Il potere economico non scompare, cambia indirizzo.

Il vero vincitore non è né la Russia né l’Occidente, ma quella fascia di intermediari globali, cioè i trader, le banche d’affari, le compagnie di navigazione, che prosperano nella zona grigia tra legalità e convenienza. La guerra del petrolio non si combatte più nei giacimenti, ma nei bilanci e nei paradisi fiscali.