di Giuseppe Gagliano –

Non è più tempo di ambiguità. Dmitry Medvedev, ex presidente della Federazione Russa e attuale vicecapo del Consiglio di Sicurezza, ha seppellito ogni residua illusione diplomatica: secondo lui, l’Unione Europea è oggi “un nemico dichiarato della Russia”, al pari della NATO, e l’adesione dell’Ucraina al blocco rappresenta “una minaccia diretta alla sicurezza nazionale”.

È una dichiarazione che rompe con il passato recente, quando Mosca, pur con molte riserve, aveva mantenuto una certa neutralità formale sulla prospettiva europea per Kiev. Nel 2022 Vladimir Putin stesso si era detto “non contrario” a un’adesione ucraina all’Ue. Oggi, quella cauta tolleranza viene rovesciata con violenza retorica.

Scrivendo sul suo canale Telegram, Medvedev non ha lasciato spazio a interpretazioni: l’Unione Europea, dice, “non è più un progetto economico pacificatore, ma un’organizzazione politicizzata e anti-russa”, che si sta “trasformando lentamente in un blocco militare armato fino ai denti”. Non c’è, secondo l’ex presidente, alcuna differenza sostanziale tra Bruxelles e il quartier generale della NATO. E per questo, anche l’argomento secondo cui “l’Ucraina ha diritto a scegliere le sue alleanze” non sarebbe più valido: “L’Ue è una minaccia e come tale deve essere trattata.”

Medvedev ha fatto intendere che Mosca potrebbe tollerare rapporti bilaterali selettivi con alcuni Stati membri, ma ha evitato di nominarli. È facile intuire che si riferisse a Paesi come Ungheria e Slovacchia, sempre più apertamente allineati a una linea filo-russa all’interno dell’Unione.

L’Ucraina ha chiesto l’adesione all’UE nel febbraio 2022, all’indomani dell’invasione russa. Candidatura accolta, negoziati avviati nel giugno 2024. Ma il percorso resta accidentato, e oggi più che mai segnato da frizioni interne all’Unione. Il 18mo pacchetto di sanzioni contro Mosca – in discussione a Bruxelles – è infatti bloccato proprio da Budapest e Bratislava, che chiedono l’esclusione del gas russo dalle restrizioni. Non per amore di Putin, ma per paura dell’impatto economico: il taglio totale delle forniture entro il 2027 metterebbe a rischio la tenuta energetica e sociale dei due Paesi.

L’Ungheria, in particolare, ha alzato il tiro. Il ministro degli Esteri, Peter Szijjarto, ha dichiarato che finché l’Ucraina non ripristinerà i diritti della minoranza ungherese nella Transcarpazia, diritti linguistici ed educativi, in particolare, il governo di Viktor Orbán bloccherà ogni passo formale verso l’adesione.

La posizione di Medvedev arriva mentre l’Unione cerca disperatamente di mantenere una linea comune sulla guerra e sulle sue conseguenze. Ma le crepe si moltiplicano. Le divergenze su sanzioni, gas, rapporti bilaterali e futuro di Kiev rivelano un’UE fragile, incapace di imporre un’agenda coesa. La Commissione propone, ma i governi nazionali dispongono. E tra veto energetici e minacce geopolitiche, l’Ucraina rischia di restare sospesa in un limbo diplomatico, ancora una volta ostaggio dei giochi altrui.

Mosca intanto capitalizza. Dopo due anni di guerra, la Russia non si sente più isolata. Sente di poter dettare le sue condizioni, anche ai tavoli che non la vedono seduta. E Medvedev, con i suoi toni bellicosi, si fa interprete non solo di un’ideologia, ma di una strategia: quella di inchiodare l’Europa alle sue contraddizioni, mostrandola al mondo non come un faro di stabilità, ma come un impero diviso e sempre più vulnerabile.