di Giuseppe Gagliano –
L’uccisione di Lahbib Mohamed Abdelaziz, dirigente militare del Fronte Polisario e figlio dello storico leader saharawi Mohamed Abdelaziz, segna una nuova escalation nel conflitto del Sahara Occidentale. Secondo fonti riportate dalla stampa spagnola, l’attacco sarebbe stato condotto da droni attribuiti alle forze marocchine e avrebbe provocato anche la morte di altri due combattenti saharawi.
L’episodio assume un forte valore simbolico e politico. Lahbib Mohamed Abdelaziz apparteneva a una delle famiglie più rappresentative della causa saharawi e veniva indicato da alcuni osservatori come una possibile figura della futura leadership del movimento. La sua morte rappresenta quindi un colpo non soltanto militare, ma anche politico per il Polisario.
L’attacco conferma inoltre il crescente ruolo dei droni nella strategia marocchina. Negli ultimi anni Rabat ha rafforzato le proprie capacità tecnologiche, utilizzando sistemi senza pilota per monitorare vaste aree desertiche, individuare movimenti sospetti e colpire obiettivi selezionati con elevata precisione. Una superiorità che ha modificato profondamente gli equilibri sul terreno rispetto alle tradizionali forme di guerriglia che hanno caratterizzato il conflitto per decenni.
La disputa sul Sahara Occidentale continua a essere uno dei principali fattori di instabilità del Maghreb. Il Marocco considera il territorio parte integrante della propria sovranità nazionale e propone una soluzione basata sull’autonomia sotto amministrazione marocchina. Il Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria, rivendica invece il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi attraverso un processo riconosciuto a livello internazionale.
Negli ultimi anni Rabat ha consolidato la propria posizione diplomatica grazie al riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale da parte degli Stati Uniti e al sostegno crescente di diversi Paesi europei al piano di autonomia. Parallelamente, il Polisario ha visto ridursi il proprio spazio politico internazionale, pur continuando a mantenere il sostegno di numerosi Paesi e organizzazioni favorevoli al principio dell’autodeterminazione.
Fondamentale resta il ruolo dell’Algeria, principale alleato del Polisario e ospite dei campi profughi saharawi di Tinduf. Per Algeri la questione rappresenta non solo una causa storica, ma anche un elemento centrale della competizione strategica con il Marocco per l’influenza nel Nord Africa. Ogni sviluppo sul terreno viene quindi osservato con particolare attenzione dalle autorità algerine.
Oltre alla dimensione politica e militare, il Sahara Occidentale possiede una crescente importanza economica e geostrategica. Le risorse ittiche, i fosfati, il potenziale energetico e la posizione sull’Atlantico ne fanno un territorio di grande valore per i progetti di sviluppo marocchini e per le prospettive di integrazione economica con l’Africa occidentale.
L’eliminazione di un dirigente di rilievo come Lahbib Mohamed Abdelaziz evidenzia la strategia marocchina di pressione e logoramento nei confronti del Polisario. Tuttavia, la superiorità tecnologica e militare non appare sufficiente a risolvere una controversia che dura da quasi cinquant’anni e che continua ad alimentare tensioni politiche, rivalità regionali e richieste di autodeterminazione.
Nonostante la ridotta attenzione internazionale, il conflitto resta aperto. L’attacco dimostra che il Sahara Occidentale continua a essere teatro di una guerra a bassa intensità nella quale strumenti militari sempre più avanzati si intrecciano con questioni irrisolte di sovranità, identità nazionale e diritto internazionale.












