di Enrico Oliari –
Le chiamano “barche della morte”, quelle che al di qua dello Stretto di Sicilia prendono il nome di un più eufemistico ‘carrette del mare’. Per i trafficanti di uomini no, sono solo soldi e, come nel caso delle angurie quadrate, più ce ne stanno su un’imbarcazione, maggiore è il guadagno. E non si fanno scrupoli a stipare i clandestini fino a quando il bordo della barca arriva al pelo dell’acqua: il costo di un volo andata e ritorno da Milano a Tunisi è di 170 euro, un viaggio di sola andata sulle carrette, va dai 2 ai 4.000 euro. Tanto costa la speranza dei giovani che partono dal Maghreb, che vogliono lasciarsi alle spalle una vita senza futuro per tentare la sorte nella ‘civilissima’ Europa. O dei somali, che scappano da una guerra civile senza fine. O dei profughi del campo di Choucha, che, fuggiti 18 mesi fa dalla Libia, sono stanchi di essere inchiodati nel deserto del nulla, dove le tende dell’Unhcr sono ormai dei forni dai quali scappano persino le zanzare.
Donne, bambini, giovani: in 60.000 l’anno scorso hanno attraversato quel braccio di mare che, come raccontava Mario Corvetto su una musichetta di 101 anni fa, ‘ci lega all’Africa d’or’.
Di molti, di 1822, tuttavia, se ne è persa ogni traccia, inghiottiti con i loro sogni e le loro speranze dalle acque del Mediterraneo o comunque spariti nel mistero, come nel caso di decine di ragazzi (qualcuno arriva a dire 270) partiti dalle coste tunisine nel marzo 2011, dei quali non si sa più nulla.
Sono giovani, quasi tutti appena maggiorenni: le famiglie giurano di averli visti sbarcare nei porti italiani sulle immagini del TG5, ma da allora nulla, nemmeno una telefonata, nessun segnale che possa indicare la loro presenza in una qualsiasi parte del mondo.
A rendere ancor più misteriosa la loro sorte vi è la concessione straordinaria del permesso di soggiorno rilasciato dal Governo italiano agli arrivati entro il 5 aprile, misura adottata per dare risposta ad un’emergenza che stava schiacciando Lampedusa e riempiendo all’inverosimile i Centri di identificazione e di espulsione della Sicilia, dove a forza di stipare i clandestini, erano scoppiati disordini e persino incendi. Non clandestini, quindi, bensì immigrati in possesso di un regolare documento che li autorizzava a viaggiare da Trapani a Tallin ed anche in Francia, nonostante Parigi stesse facendo i salti mortali per bloccarli alla frontiera di Ventimiglia.
I famigliari non si danno pace: padri, madri, fratelli da mesi bussano alle porte dei consolati e dei ministeri ottenendo solo risposte vaghe e sguardi annoiati. Una donna del quartiere di el Kabaria, madre di un disperso, è arrivata a darsi fuoco, pur di lanciare un grido disperato alle istituzioni ottuse. Ed anche in Italia, dove c’è chi si è dato da fare per avere notizie dei suoi connazionali, la risposta è stata sempre la stessa: “Non abbiamo notizie di loro sul nostro Territorio”.
Eppure le immagini parlano chiaro ed hanno ridato la speranza ad almeno una ventina delle famiglie che hanno visto il loro figli arrivare ai moli italiani: una delegazione di loro è arrivata a cercarli in Italia con tanto di cartelle con le impronte digitali degli scomparsi; Cgil, Arci, Asgi ed altre organizzazioni si sono date da fare, è stato presentata una denuncia contro ignoti per la scomparsa dei ragazzi, sono stati organizzati sit in sotto l’ambasciata tunisina di via Asmara, ma fino ad ora niente, tutto tace in un’incredibile omertà istituzionale che accomuna le due nazioni faccia a faccia sul Mediterraneo.
Di tanto in tanto un segnale ridà la speranza: una famiglia ha scritto su un social network di aver ricevuto la telefonata del figlio dal carcere dove si troverebbe, grazie all’umanità di un agente di custodia; un’altra telefonata è arrivata di recente da Ventimiglia e basta accertare la presenza in Italia di uno dei clandestini per barca, perché automaticamente se ne comprovi l’esistenza in vita dei compagni di traversata.
Qualcuno, nelle ipotesi più diverse, ha parlato di un possibile arruolamento dei giovani nelle file della criminalità o addirittura di un loro trasferimento ad oriente, nei campi di addestramento di al-Qaeda, ma questo non spiegherebbe comunque il silenzio di decine se non di centinaia di giovani educati al legame ed al valore della famiglia.
Il 17 maggio scorso il presidente Giorgio Napolitano interveniva all’Assemblea costituente della Tunisia post-rivoluzionaria ed alcuni deputati, per protesta contro l’imbarazzante silenzio, non si sono presentati in aula: l’opinione pubblica tunisina è sempre più preoccupata per la sorte degli scomparsi di quel dannato marzo 2011, mentre in Italia, dove solo gli stranieri residenti (e quindi regolari) sono oltre 4 milioni e mezzo, l’individualità ovvero le storie e le speranze dei 270 delle carrette del mare passa in un assurdo silenzio. Non solo istituzionale.




