di Giuseppe Gagliano –
Il Senegal, spesso presentato come uno degli Stati più stabili dell’Africa occidentale, sta vivendo un momento di profonda introspezione politica e giudiziaria. La decisione di aprire un’inchiesta per “crimini contro l’umanità” riguardante le violenze politiche avvenute tra il 2021 e il 2024 segna una svolta che va oltre la cronaca giudiziaria: mette in discussione l’immagine stessa del Paese e apre un fronte delicato sul piano interno e internazionale.
Secondo i dati forniti dall’attuale governo, oltre 80 persone sarebbero state uccise, in gran parte colpite da arma da fuoco, durante manifestazioni antigovernative represse duramente. Le accuse più gravi riguardano l’uso di uomini armati in abiti civili, sospettati di essere legati al potere dell’epoca e incaricati di reprimere la contestazione al di fuori dei canali ufficiali.
Nel marzo 2024, a fine mandato, Macky Sall aveva fatto approvare una legge di amnistia per “pacificare” il clima politico. Il provvedimento aveva permesso la liberazione di centinaia di oppositori, compresi l’attuale presidente Bassirou Diomaye Faye e il suo primo ministro Ousmane Sonko. Ma il Consiglio costituzionale ha stabilito che i crimini contro l’umanità, imprescrittibili per definizione, non possono essere cancellati da alcuna amnistia. È proprio su questo punto che il nuovo governo fonda la sua offensiva giudiziaria.
L’impatto di una simile inchiesta non è solo politico. Il Senegal, che negli ultimi anni ha attratto investimenti internazionali grazie alla scoperta di importanti giacimenti di gas e petrolio, rischia che il ritorno di un clima di tensione possa frenare progetti miliardari nel settore energetico. La stabilità politica è una condizione imprescindibile per la fiducia degli investitori stranieri, in particolare europei e asiatici, che vedono nel Paese una piattaforma strategica per l’export di idrocarburi. Un processo penale di alto profilo, se mal gestito, potrebbe trasformarsi in un fattore di rischio percepito.
Il riferimento all’uso di unità armate non identificate, i presunti “nervis”, apre un fronte sensibile: l’eventuale collusione tra apparati di sicurezza e milizie irregolari. Se provato, indicherebbe un doppio livello di gestione dell’ordine pubblico, uno ufficiale e uno parallelo, con conseguenze gravi per la credibilità delle forze armate e di polizia. Nel contesto del Sahel, dove le minacce jihadiste e criminali sono in crescita, minare la fiducia interna negli apparati di sicurezza significa esporre il Paese a rischi ulteriori di destabilizzazione.
Sul piano internazionale, la mossa di Faye può essere letta come un segnale alla comunità occidentale, e in particolare a Francia, Stati Uniti e Unione Europea, che il Senegal intende rafforzare il proprio stato di diritto. In un’area in cui colpi di Stato e regimi militari stanno tornando in auge (Mali, Burkina Faso, Niger), la scelta di perseguire i responsabili delle violenze politiche può essere interpretata come un atto di discontinuità. Ma può anche generare tensioni con settori dell’élite politica e militare legati al passato, oltre che con partner stranieri che intrattenevano rapporti privilegiati con l’ex presidente Sall.
Il nuovo governo, insediato con un ampio mandato popolare, si trova ora davanti a un test decisivo. Da un lato, deve dimostrare che le promesse di giustizia non si riducono a una vendetta politica. Dall’altro, deve preservare la coesione interna ed evitare che l’inchiesta diventi un fattore di polarizzazione estrema.
Se gestita con rigore e trasparenza, questa vicenda può rafforzare la posizione internazionale del Senegal come eccezione democratica in Africa occidentale. Se invece deraglierà verso una resa dei conti, rischierà di trasformarsi in una frattura profonda, con conseguenze non solo politiche ma anche economiche e di sicurezza.




