di Giuseppe Gagliano –
Il Cremlino ha lanciato un avvertimento politico che risuona in tutto il continente: le proteste che infiammano la Serbia potrebbero nascondere una regia esterna, sulla scia delle cosiddette “rivoluzioni colorate”. In un comunicato del 30 giugno, il portavoce Dmitry Peskov ha espresso “piena fiducia nella leadership serba”, ma ha anche paventato la possibilità che i disordini siano il frutto di un’operazione destabilizzante orchestrata da attori stranieri.
Il 28 giugno circa 140mila persone hanno occupato il centro di Belgrado chiedendo la fine del governo di Aleksandar Vučić. Le autorità parlano di 36.000 partecipanti e denunciano scontri violenti: la polizia ha usato gas lacrimogeni e arrestato oltre 70 manifestanti. Vučić ha definito i dimostranti “terroristi” e ha promesso ulteriori arresti.
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha esplicitato i timori del Cremlino: “Ci auguriamo che questa volta i Paesi occidentali si astengano dal ricorrere a rivoluzioni colorate”. La Serbia è considerata da Mosca un alleato strategico nei Balcani e ogni tentativo di destabilizzazione viene interpretato come parte di una strategia occidentale più ampia.




