di Giuseppe Gagliano –

Aleksandar Vucic continua a ripetere che il futuro della Serbia è nell’Unione Europea. Non solo per ragioni simboliche, ma per un calcolo molto concreto: salari più alti, maggiore accesso al mercato unico, più investimenti, istituzioni più stabili. È il linguaggio della “normalità europea” applicato a un Paese che, da candidato dal 2013, si sente tenuto in sala d’attesa.

Alla vigilia del vertice sull’allargamento, Vucic chiede che l’ingresso in Unione sia deciso “per merito” e non per fedeltà politica. Tradotto: giudicateci sulle riforme, non sulla nostra disposizione ad allinearci a ogni linea di politica estera decisa a Bruxelles. È una rivendicazione, ma anche un avvertimento: se i criteri cambiano continuamente, la motivazione a riformare si logora e l’opinione pubblica si convince che l’Europa non voglia davvero la Serbia dentro.

Qui sta il nodo politico. Belgrado ha condannato l’aggressione russa in Ucraina, ma si è rifiutata di applicare sanzioni a Mosca. Ha mantenuto rapporti stretti con la Russia sul piano energetico e con la Cina sul piano degli investimenti. Nello stesso tempo, Vucic va a Kiev, ribadisce la “strada europea” e chiede l’apertura di nuovi capitoli negoziali.

Per Bruxelles, questa neutralità equivale a un doppio gioco: un Paese che chiede l’ingresso nel blocco, ma non si adegua alle sue scelte più strategiche. Per Belgrado è, invece, una strategia di sopravvivenza: tenere insieme la prospettiva europeista, da cui dipendono crediti, fondi e investimenti, e i legami storici con Mosca e i capitali cinesi, che offrono margini di manovra in infrastrutture, energia e tecnologia.

Sul piano economico, l’argomento di Vucic è semplice: senza l’Unione Europea, la Serbia rischia di restare un mercato periferico, legato a produzioni a basso valore aggiunto. L’ingresso nel mercato unico significherebbe standard più elevati, più concorrenza, ma anche più sicurezza per investitori e imprese locali. Non a caso il presidente insiste sulle “riforme che portano benefici tangibili” e non su capitoli negoziali aperti e chiusi solo sulla carta.

Dal punto di vista geoeconomico, però, Bruxelles guarda alla Serbia non solo come a un futuro partner, ma come a un corridoio strategico: per l’energia, per i trasporti, per le catene di approvvigionamento che collegano Mediterraneo, Danubio e Europa centrale. Un Paese candidato che ospita capitali russi e cinesi in settori sensibili è, agli occhi dell’Unione, anche un potenziale cavallo di Troia dentro le sue stesse infrastrutture. Da qui la pressione, più politica che tecnica, per un allineamento pieno sulle sanzioni e sulla politica estera.

Mentre Vucic parla di istituzioni più affidabili, la realtà interna mostra un quadro più incrinato. La tragedia della pensilina crollata alla stazione di Novi Sad, con sedici morti, ha acceso proteste guidate dagli studenti e un’ondata di contestazione che si somma a tensioni politiche già forti. Gli scontri del 2 novembre, le decine di arresti, le accuse di “disturbo dell’ordine pubblico” dicono che il problema non è solo la distanza fra Serbia e Unione, ma anche quella fra governo e società serba.

Per l’Europa, lo stato di diritto non è un dettaglio tecnico ma il cuore dell’allargamento. Ogni manifestazione repressa con metodi brutali, ogni sospetto sulla qualità delle indagini, diventa un argomento per rinviare l’adesione. Per Belgrado, invece, il rischio è di vedere sommate nello stesso conto cose diverse: ritardi nelle riforme, tensioni sociali, neutralità sulla guerra in Ucraina, fino al dossier Kosovo.

Vucic promette che, fino alla fine del suo mandato nel 2027, terrà fermo il corso europeo. Ma sa bene che il tempo lavora in due direzioni. Più l’Unione rinvia l’allargamento, più crescono in Serbia la sfiducia e l’influenza di attori esterni. Più Belgrado insiste sulla neutralità, più Bruxelles sposta l’asticella dalla tecnica alla politica.

Il risultato è un Paese sospeso: abbastanza vicino all’Unione da dipendere dalle sue decisioni, abbastanza legato a Mosca e Pechino da non potersi staccare con un colpo di spugna. Quando Vucic chiede “criteri stabili e onesti”, in realtà dice all’Europa: decidete se ci volete davvero. Ma implicitamente ammette anche che la Serbia deve scegliere, prima o poi, quanto è disposta a pagare, in autonomia energetica, in legami con la Russia, in apertura alla Cina, per entrare nel club europeo.