di Giuseppe Gagliano –

La Serbia ha oggi protestato in piazza, specialmente gli studenti per chiedere riforme nel settore dell’istruzione. Ma il vero detonatore del malcontento popolare è un sistema corrotto, costruito su dieci anni di potere assoluto di Aleksandar Vučić e radici ben più profonde, nel cuore oscuro degli anni Novanta balcanici.

Un nome emerge dal buio: Jovica Stanišić, ex capo della Sicurezza serba ai tempi di Slobodan Milošević. È l’uomo che guidava l’intelligence nella stagione degli eccidi, che monitorava fosse comuni e trattava con i signori della guerra. È lo stesso uomo che, secondo atti processuali e testimonianze, collaborava attivamente con la CIA, sin dal 1991.

Una collaborazione che svela una verità inconfessabile: mentre i Balcani bruciavano, e la Serbia veniva additata come unico colpevole, l’architetto di molti dei suoi apparati repressivi era anche “interlocutore affidabile” per l’intelligence americana. Altro che nemico. La guerra fredda in versione post-sovietica, tra Belgrado e Sarajevo, veniva osservata – e forse indirizzata – con gli occhi (e le mani) della superpotenza che parlava inglese.

La vicenda giudiziaria di Stanišić e del suo braccio armato, Franko “Frenki” Simatović, è lunga, tormentata, ambigua. Assolti, poi rinviati a giudizio, infine condannati a 15 anni. Un verdetto più che mite se confrontato con il peso delle accuse: crimini di guerra, complicità con bande paramilitari, collusione con il potere di Milošević. Il tutto avvolto da un “silenzio operativo” che ha il sapore di un patto non scritto con Langley.

La domanda resta: la CIA osservava o dirigeva? La linea tra informazione e manipolazione, tra alleanza e infiltrazione, non è mai stata così sottile. E il risultato è una Serbia che oggi paga il conto di decenni di doppiezze, tra commistioni criminali e complicità occidentali.

Oggi Belgrado sfila contro la corruzione. Ma quel che bolle sotto è più profondo: è il malessere di una democrazia mai nata del tutto, cresciuta tra le macerie dei bombardamenti NATO e l’ipocrisia della comunità internazionale. Una nazione mai del tutto accolta né nel club euro-atlantico né liberata dal proprio passato jugoslavo.

Nel cuore dei Balcani, mentre l’Europa guarda altrove, il tempo si è fermato. O forse no: ha solo cambiato uniforme. Da militare a civile, da spia a lobbista, da guerra a “partenariato strategico”. Ma la sostanza, quella che conta, è tutta ancora lì. Tra le ombre.