di Giovanni Ciprotti –
Sconvolti, addolorati, terrorizzati, disorientati, furibondi. Così oggi possiamo immaginare i parigini, i francesi, gli europei tutti. Stavolta è toccato alla capitale francese, ma domani l’obiettivo potrebbe essere Washington o Londra, come preannunciato nella rivendicazione dell’Isis. Oppure Roma, in coincidenza con l’anno santo straordinario che sta per iniziare.
Qualcuno lo ha già definito l’Undici settembre europeo, dimenticando forse che undici anni fa l’Europa fu mortalmente colpita in Spagna, quando dieci esplosioni pressoché contemporanee in diversi punti della rete ferroviaria di Madrid provocarono 191 morti e più di 1800 feriti. Era l’11 marzo 2004. La spiegazione per quegli attentati fu il sostegno e la partecipazione della Spagna di Josè Maria Aznar all’invasione dell’Iraq voluta da George W. Bush un anno prima. Quasi a confermare la correttezza di quella interpretazione giunsero le bombe che il 7 luglio 2005 provocarono decine di morti in diverse stazioni della metropolitana di Londra. Anche in quel caso apparve chiaro il legame tra la strage londinese e l’appoggio del governo di Tony Blair alle operazioni militari contro il regime di Saddam Hussein decise a Washington.
I cittadini francesi ora si aspettano, comprensibilmente, una reazione forte e rapida del proprio governo, che in minima parte già ci sia stata, con le incursioni aeree dei caccia-bombardieri francesi su Raqqa 48 ore dopo gli attentati parigini. Non si tratta di un’azione frutto di una strategia ben definita, ma di una dimostrazione di potenza, e insieme un atto di ritorsione animato dallo spirito di vendetta, nei confronti di un sedicente Stato Islamico che ha rivendicato la responsabilità del sangue innocente versato a Parigi.
La solidarietà alle vittime del 13 novembre è unanime, ma presto l’emozione dovrà cedere il posto alla razionalità. Si dovrà decidere come reagire per sconfiggere la versione contemporanea del terrorismo islamico, questo Daesh che ha rimpiazzato nei cuori dei musulmani fondamentalisti, e negli incubi di noi europei, la vecchia al-Qaeda.
La risposta alla sfida dell’Isis sarà efficace se consentirà di neutralizzare le milizie nere e al contempo creare le condizioni perché non ci siano, dopo l’eventuale vittoria sul campo, pericolosi vuoti di potere.
Perché questo si verifichi è opportuno comprendere le dinamiche in gioco e fare tesoro di episodi del passato più o meno recente per tentare di non commettere gli stessi errori.
Nel tentativo di dimostrare la tesi dello “scontro di civiltà” tra l’Occidente cristiano e l’Islam, alcuni osservatori hanno collegato con un unico filo rosso gli attentati di Parigi con episodi molto diversi tra loro, quali l’accoltellamento dell’ebreo a Milano il 12 novembre scorso, l’uccisione del regista Theo Van Gogh avvenuto nel 2004 e l’attacco al Parlamento canadese dell’ottobre 2014. Ma gli attentati di Parigi non hanno molto in comune con l’aggressione subita dall’ebreo ortodosso a Milano, per dinamica e motivazioni: i primi accuratamente pianificati ed eseguiti da gruppi paramilitari con l’obiettivo di colpire chiunque si trovasse nei luoghi prescelti; il secondo, probabilmente di matrice antisemita, in cui l’aggressore solitario ha colpito con furia omicida ma, per fortuna della vittima, senza una preparazione particolare. Legarli insieme rappresenta una distorsione della realtà, utile soltanto per diffondere l’immagine semplificata della contrapposizione Occidente-Islam.
Il mondo musulmano e arabo è da lungo tempo destabilizzato sia da fattori di natura endogena (il secolare conflitto tra sciiti e sunniti, la caduta di regimi che hanno lasciato interi Paesi senza guida) sia per effetto di interventi esterni, nei quali i Paesi occidentali hanno avuto non di rado ruoli di primo piano. L’offensiva dell’Is ha finora sfruttato la vulnerabilità di alcune regioni, dal mai pacificato Iraq alla Siria devastata dalla guerra civile fino alla Libia del dopo-Gheddafi. La posta in palio è il potere su vaste aree nel Medioriente e in Africa.
Non è corretto inquadrare gli attentati di Parigi all’interno di uno scontro tra il mondo islamico e l’Europa e neanche tra l’Isis e l’Occidente. Altrimenti dovremmo trascurare l’attentato suicida di pochi giorni or sono a Beirut, l’aereo passeggeri russo precipitato il 31 ottobre nel deserto del Sinai, molto probabilmente per l’esplosione di una bomba posta a bordo, e gli attentati in Tunisia di quest’anno al Museo del Bardo e sulla spiaggia di Susa. La Francia rappresenta senz’altro un nemico per i seguaci del Califfato, così come lo è diventata la Russia, dopo la decisione di Putin di intervenire in Siria. Ma nel mirino dell’Isis ci sono anche paesi come l’Egitto, la Tunisia e lo Yemen.
Il regno che i seguaci di al-Baghdadi stanno tentando di costruire dovrebbe essere abbattuto da una coalizione la più ampia possibile e che coinvolga anche le nazioni che hanno interessi nell’area mediorientale e nell’area maghrebina. Benché i segnali che giungono dal G20 tenutosi in Turchia non sembrino confortanti, è positivo che, dopo molte incomprensioni e veti incrociati, Russia e Iran si siano uniti agli altri Paesi per tentare di individuare una soluzione politica per la Siria.
Le azioni unilaterali, dall’invasione dell’Iraq nel 2003 alle operazioni del 2011 in Libia avviate autonomamente dalla Francia del Presidente Nicholas Sarkozy (soltanto in un secondo tempo i diversi interventi vennero unificati sotto la guida della Nato), hanno solitamente originato nazioni ingovernabili.
Quando invece, nel Vicino e nel Medio Oriente, la comunità internazionale si è mossa con il consenso e la partecipazione sia dei Paesi del mondo arabo sia di quello occidentale, le soluzioni scaturite hanno prodotto effetti positivi di lunga durata. Fu così in occasione della prima Guerra del Golfo, nel 1991, quando si dovette ripristinare la sovranità del Kuwait, violata dall’Iraq di Saddam Hussein. Avvenne ancora nel 2006, quando venne organizzata la Conferenza di Roma per trovare una soluzione al conflitto libanese-israeliano: la presenza allo stesso tavolo di 16 Paesi oltre i due in guerra, dei rappresentanti dell’Onu e della Banca Mondiale consentì di individuare un ragionevole compromesso per far cessare le ostilità.
L’Is dovrà essere sconfitto militarmente e non potrà essere invitato al tavolo dei negoziati, ma lo scenario prevedibile per il “dopo” dovrà essere preventivamente accettato sia dalle diverse forze politiche siriane sia dagli Stati della coalizione internazionale che avranno dato il loro sostegno alle operazioni.



