di Giuseppe Gagliano –
L’escalation in corso nel governatorato di al-Hasakeh è il segnale di una destabilizzazione che colpisce simultaneamente sicurezza, infrastrutture civili e sopravvivenza quotidiana della popolazione. Scontri armati e bombardamenti ai margini della città hanno già prodotto vittime civili e paralizzato la mobilità, mentre migliaia di persone in fuga da Raqqa, Tabqa e dalle aree rurali cercano rifugio in strutture collettive ormai prossime alla saturazione.
La guerra non si combatte solo sul fronte militare. Si combatte anche nella capacità di resistere al freddo, di trovare acqua potabile, di accedere al cibo, di mantenere in funzione un ospedale o una stazione di pompaggio. Quando questi sistemi collassano, il conflitto entra nella vita quotidiana in modo irreversibile.
Mercati chiusi, negozi serrati, catene di approvvigionamento interrotte. L’economia locale, già fragile, è sospesa. Per le famiglie sfollate questo significa dipendenza totale dagli aiuti esterni, mentre il sistema sanitario affronta un afflusso crescente di feriti in condizioni di scarsità critica di forniture, attrezzature e trasporti medici.
Le interruzioni di corrente e l’insicurezza compromettono il funzionamento degli impianti idrici e di trattamento dell’acqua, mettendo a rischio l’accesso all’acqua potabile per oltre un milione di persone. Non è solo una crisi sanitaria: è una minaccia strutturale alla stabilità sociale. Dove manca l’acqua, crescono tensioni, mercato nero, conflitti locali e dinamiche di controllo territoriale informale.
Nel teatro siriano, infrastrutture idriche, sistemi energetici e centri sanitari sono ormai obiettivi indiretti del conflitto. Non sempre vengono colpiti deliberatamente, ma ogni interruzione produce un effetto politico. Controllare l’acqua, la distribuzione del cibo o l’accesso ai rifugi significa esercitare influenza sulla popolazione, orientarne i movimenti, condizionarne le scelte.
Le strutture collettive che ospitano gli sfollati non sono solo luoghi di protezione: sono potenziali epicentri di crisi sanitarie, radicalizzazione, traffici illegali e reclutamento. La pressione umanitaria diventa così un moltiplicatore di instabilità, con effetti che vanno ben oltre l’emergenza immediata.
Al-Hasakeh si colloca in un’area dove interessi locali, regionali e internazionali si sovrappongono. Ogni deterioramento della situazione umanitaria modifica gli equilibri di potere tra attori statali, milizie, amministrazioni locali e forze esterne. La crisi dei servizi essenziali non è neutrale: ridisegna i rapporti di forza sul terreno e apre spazi di manovra per chi è in grado di fornire sicurezza, aiuti o risorse.
L’accesso umanitario diventa esso stesso un campo di negoziazione politica. Garantire o ostacolare l’arrivo degli aiuti significa influenzare la narrativa internazionale, legittimare alleanze, premere su donatori e governi.
Azione Contro la Fame si prepara a un intervento di emergenza focalizzato su acqua, cibo pronto al consumo e beni essenziali non alimentari, oltre al rafforzamento dei settori WASH, salute, nutrizione e sicurezza alimentare. La priorità dichiarata è duplice: proteggere il personale e garantire prontezza operativa appena le condizioni di sicurezza lo consentiranno.
Ma l’azione umanitaria, da sola, non può sostituire la stabilità politica né fermare la dinamica del conflitto. Può alleviare, contenere, guadagnare tempo. Non può risolvere le cause profonde della crisi.
La situazione ad al-Hasakeh mostra con chiarezza come, nella Siria di oggi, la linea tra emergenza umanitaria e conflitto geopolitico sia sempre più sottile. Proteggere civili, infrastrutture essenziali e accesso agli aiuti non è solo un imperativo morale: è una scelta strategica che influenza l’evoluzione del conflitto.
In Siria, la guerra non si misura più soltanto in territori conquistati o persi. Si misura anche nella capacità di garantire acqua, cibo, cure e rifugio. E chi controlla queste risorse, controlla una parte decisiva del futuro del Paese.




