Siria. Al-Hawl, il campo che non può chiudere: le mogli e i figli dell’Isis nella fragilità del Rojava

di Giuseppe Gagliano

Il tentativo di fuga sventato nel campo di Al-Hol non è un episodio marginale né un fatto di cronaca isolato. È, al contrario, l’ennesima conferma che la guerra contro lo Stato Islamico non è finita sul piano politico, sociale e strategico, anche se lo è stata su quello territoriale. A sei anni dalla caduta dell’ultimo bastione dell’ISIS in Siria, al-Hawl continua a rappresentare uno dei nodi più irrisolti dell’intero conflitto siriano.
Con oltre 24mila residenti, al-Hawl non è più un centro di accoglienza temporaneo ma una realtà permanente, sospesa tra emergenza umanitaria e rischio securitario. Donne e bambini di decine di nazionalità diverse, molti con legami diretti o indiretti con combattenti jihadisti, vivono in condizioni precarie, in un ambiente dove l’ideologia dell’ISIS non è mai stata realmente sradicata. I tentativi di fuga, che aumentano regolarmente in occasione di maltempo o ridotta visibilità, sono il sintomo di una pressione interna costante e di una capacità di controllo che resta fragile.
Il dato politicamente più rilevante è un altro: la comunità internazionale continua a considerare Al-Hol un problema “curdo”, quando in realtà è il prodotto diretto della guerra globale al terrorismo e del rifiuto sistematico degli Stati di rimpatriare i propri cittadini.
I Paesi europei e asiatici, così come molte nazioni mediorientali, hanno scelto la strada più comoda: lasciare donne e bambini in Siria, evitando il costo politico e giudiziario del rimpatrio. Una scelta che trasferisce il rischio altrove senza eliminarlo. L’eccezione irachena, con oltre 20mila rimpatri nel solo 2025, dimostra che una soluzione è possibile, ma anche quanto sia onerosa sul piano interno.
Per l’amministrazione autonoma curda del nord-est siriano, al-Hawl è diventato un fardello strategico. Non solo assorbe risorse economiche e di sicurezza, ma espone Rojava a una responsabilità che non ha mai scelto e che rischia di minarne la legittimità politica.
Il tentativo di fuga avviene in un momento particolarmente delicato. L’accordo tra autorità curde e nuovo governo siriano per l’integrazione delle istituzioni civili e militari resta largamente incompiuto. La questione centrale è il futuro delle Forze democratiche siriane (SDF): dissolversi nell’esercito nazionale o mantenere una catena di comando autonoma. Finché questo nodo non verrà sciolto, il nord-est resterà una zona grigia, vulnerabile tanto alle infiltrazioni jihadiste quanto alle tensioni interne.
Washington continua a sostenere le SDF come pilastro della sicurezza anti-ISIS, pur riducendo la propria presenza militare diretta. La cooperazione con Damasco, rilanciata dall’amministrazione Trump, punta a una stabilizzazione pragmatica più che a una vera riconciliazione politica. È una strategia di contenimento: evitare il ritorno dello Stato Islamico senza risolvere le cause profonde che ne hanno permesso l’ascesa.
Al-Hawl dimostra che l’ISIS non è più un esercito, ma una rete latente, sociale prima ancora che militare. Finché decine di migliaia di persone resteranno intrappolate in campi senza prospettive, il jihadismo continuerà a sopravvivere come identità, memoria e potenziale di reclutamento. Il vero rischio non è la fuga di qualche decina di persone, ma l’illusione che il problema possa essere congelato all’infinito, come se il tempo fosse una soluzione. Non lo è.