
di Giuseppe Gagliano –
Mentre l’ex leader jihadista Abu Mohammad al-Jolani, vero nome Ahmed al-Sharaa, viene accolto con sorrisi e applausi alle Nazioni Unite come simbolo di una Siria “nuova”, nel Paese si perpetuano gli stessi meccanismi di paura, repressione e arbitrio che hanno segnato i decenni di Bashar al-Assad. La fotografia che emerge dai rapporti delle organizzazioni siriane per i diritti umani è impietosa e svela il corto circuito politico che ha permesso all’uomo che guidava il Fronte al-Nusra, braccio di al-Qaeda in Siria, di presentarsi come interlocutore legittimo della comunità internazionale.
Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, tra marzo 2011 e agosto 2024 sono state documentate oltre 135 mila detenzioni e più di 90 mila sparizioni forzate sotto il regime di Assad. Ma le pratiche non sono finite con il nuovo governo di transizione: nel 2025 si registrano ancora arresti arbitrari, spesso motivati da delazioni inventate, estorsioni e rappresaglie politiche. La Rete siriana per i diritti umani (SNHR) ha contato nella sola prima metà dell’anno almeno 658 casi di detenzione illegale, con un crescendo inquietante: 72 casi a giugno, 109 a luglio, 124 ad agosto, inclusi minori e donne.
Dietro questi numeri si nasconde la continuità di un sistema di potere fondato sulla paura. Gli uomini del Comando per la Sicurezza Interna, braccio operativo del Ministero dell’Interno del nuovo governo, agiscono spesso senza mandato né controllo giudiziario. Il messaggio è chiaro: chi contesta rischia di sparire, indipendentemente dal volto che siede al palazzo presidenziale.
Il riconoscimento di al-Sharaa all’ONU, salutato da Washington e da alcune capitali europee come gesto di “pragmatismo”, riflette la logica di un occidente ossessionato dalla stabilità regionale e dal contenimento iraniano più che dalla difesa dei diritti umani. Per gli Stati Uniti, legittimare l’ex jihadista significa avere un argine contro Teheran e una pedina negoziale nel Levante. Ma la scelta manda un segnale devastante alle vittime siriane: le loro sofferenze sono diventate merce di scambio geopolitico.
Finché la Siria rimarrà un terreno dove gli apparati di sicurezza possono usare l’arresto come strumento di ricatto economico e politico, non ci sarà transizione credibile. La legittimazione internazionale di al-Jolani rischia di consolidare l’idea che basti cambiare il linguaggio e il vestito per riprodurre gli stessi metodi repressivi. In assenza di riforme legali e di un’autentica giustizia di transizione, la Siria rischia di restare prigioniera di un eterno presente fatto di paura e arbitrio.










