di Giuseppe Gagliano

L’invito del presidente siriano Ahmad al Sharaa al vertice del G7 di Évian-les-Bains segna un cambio strategico nei rapporti tra Occidente e Siria. Dopo anni di guerra civile, isolamento diplomatico e sanzioni, Damasco non viene più considerata soltanto un problema di sicurezza o umanitario, ma un possibile corridoio logistico alternativo in una fase in cui la crisi nello Stretto di Hormuz minaccia commercio globale ed energia.

La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele ha trasformato Hormuz in uno dei principali punti di pressione geopolitica mondiale. In questo scenario la posizione geografica della Siria, tra Mediterraneo, Iraq, Turchia, Giordania e Golfo, torna improvvisamente centrale per le potenze occidentali alla ricerca di nuove rotte terrestri ed energetiche.

Damasco prova così a trasformare la propria geografia in leva negoziale. La Siria offre territorio, profondità strategica e potenziali corridoi logistici, chiedendo in cambio investimenti, alleggerimento delle sanzioni, normalizzazione bancaria e reintegrazione nei mercati internazionali.

La partecipazione al G7 rappresenterebbe il punto più avanzato di un graduale ritorno della Siria nei circuiti diplomatici occidentali. Negli ultimi mesi al Sharaa ha visitato diverse capitali europee, mentre parte delle sanzioni legate all’era Assad è stata alleggerita. Tuttavia banche, imprese e investitori continuano a considerare il Paese ad alto rischio per instabilità, corruzione e fragilità istituzionale.

Per la Francia, che ospita il vertice, il riavvicinamento a Damasco offre anche l’opportunità di recuperare influenza nel Levante e nella ricostruzione siriana. Parigi punta a inserirsi nei futuri progetti infrastrutturali, energetici e logistici che potrebbero nascere lungo i nuovi corridoi commerciali regionali.

Determinante è anche il ruolo della Turchia. Recep Tayyip Erdogan considera la stabilizzazione della Siria un vantaggio strategico per Ankara, che mira a diventare il ponte obbligato tra Europa, Siria, Iraq, Caucaso e Golfo. Gli Stati Uniti continuano a vedere nella Turchia un alleato indispensabile per la gestione dell’intero quadrante mediorientale.

Dal punto di vista militare, però, la Siria resta un Paese fragile. Milizie, aree instabili, confini porosi e interferenze straniere continuano a rappresentare un rischio. Qualunque corridoio logistico attraverso il territorio siriano richiederebbe protezione permanente, accordi locali e coordinamento con le principali potenze regionali e internazionali.

Sul piano economico, Damasco si trova davanti a una scelta decisiva: trasformarsi in piattaforma di transito e ricostruzione oppure restare soltanto terreno di competizione tra interessi esterni. Sicurezza, sistema bancario e fiducia internazionale saranno i fattori decisivi per attrarre capitali e infrastrutture.

Per l’Occidente, la Siria rappresenta ormai un tassello della più ampia strategia volta a ridurre la dipendenza dalle rotte marittime minacciate nel Golfo Persico e a contenere l’influenza iraniana nella regione. Damasco viene così riscoperta non per ragioni ideologiche, ma per necessità geopolitica.

Il ritorno della Siria al centro della scena internazionale resta comunque pieno di incognite. Al Sharaa dovrà cercare investimenti e normalizzazione senza apparire subordinato all’Occidente o alla Turchia, mentre le potenze regionali continuano a competere per il controllo delle future rotte energetiche e commerciali del Levante.