di Giuseppe Gagliano

Il 30 ottobre il Ministero della Difesa turco ha annunciato l’avvio dell’addestramento di 49 cadetti siriani nelle accademie militari turche. È il primo frutto concreto dell’accordo siglato il 13 agosto tra Ankara e Damasco, e rappresenta un passaggio strategico di enorme rilievo nel nuovo equilibrio del Medio Oriente post-Assad. Dopo la caduta dell’ex presidente siriano nel dicembre 2024, la Turchia si è imposta come il principale alleato del nuovo governo guidato da Ahmed al-Sharaa, ex leader del gruppo Hay’at Tahrir al-Sham, un tempo combattente contro lo stesso regime di Assad.

Da Paese che per oltre un decennio aveva sostenuto la ribellione siriana, Ankara è diventata oggi il garante della sua ricostruzione. Non si tratta soltanto di un gesto di cooperazione: la Turchia sta costruendo una vera e propria architettura di influenza, militare e politica, che le consente di trasformare la Siria in uno spazio di proiezione strategica. Gli accordi firmati ad agosto prevedono la fornitura di sistemi d’arma, la ristrutturazione delle istituzioni di sicurezza e l’invio di istruttori militari. È un piano che va oltre la ricostruzione e punta a integrare la Siria nella sfera d’influenza turca, in un modello simile a quello che Ankara ha già sperimentato in Libia, nel Caucaso e nel Corno d’Africa.

Secondo fonti militari, circa 300 soldati e poliziotti siriani stanno già ricevendo addestramento nelle basi turche dell’Anatolia centrale e orientale. Ankara prevede di formare fino a 5.000 uomini entro pochi mesi e di arrivare a 20mila nel medio periodo. È un programma ambizioso, che include anche la possibilità di dispiegamenti congiunti in basi siriane. La Turchia, che mantiene circa 20.000 soldati nel nord del Paese, punta così a consolidare una presenza militare stabile, legittimata da un accordo bilaterale.

Il governo di al-Sharaa, pur sostenuto da Ankara, deve affrontare sfide enormi: l’occupazione israeliana nel Sud, la presenza americana a Est e il controllo curdo nel Nord-Est. Gli Stati Uniti continuano a mantenere truppe e basi nei territori petroliferi, mentre le Syrian Democratic Forces, sostenute da Washington, rifiutano di integrarsi nell’esercito nazionale. La Siria resta quindi un Paese diviso in quattro sfere d’influenza, cioè turca, americana, israeliana e siriana, che convivono in un equilibrio precario.Dietro il linguaggio della “cooperazione” si cela una strategia precisa. Recep Tayyip Erdoğan vuole assicurarsi che la Siria non torni sotto il controllo russo-iraniano e, al tempo stesso, impedire la nascita di un’entità curda autonoma che possa minacciare i confini meridionali della Turchia. L’addestramento dei cadetti siriani è quindi parte di una più ampia guerra d’influenza tra potenze regionali, in cui Ankara mira a essere arbitro e protagonista.

La partnership con Damasco non è solo militare. Essa apre la porta a enormi opportunità economiche: ricostruzione infrastrutturale, contratti energetici, commercio transfrontaliero. La Siria è un corridoio naturale verso il Golfo e la penisola arabica, e il controllo turco di tali rotte rafforza la posizione di Ankara come potenza logistica del Medio Oriente.

La cooperazione tra Turchia e Siria segna la fine del vecchio equilibrio e l’inizio di una nuova stagione. Ma dietro la facciata della fratellanza regionale si profila un protettorato di fatto, in cui la sovranità siriana è subordinata agli interessi strategici di Ankara. L’esercito che nasce oggi nelle caserme turche potrebbe essere domani lo strumento di un’influenza che, pur travestita da alleanza, ridefinirà la mappa del Levante.