di Giuseppe Gagliano

Il nuovo potere siriano ha scelto la forma più netta per parlare ai curdi: un ordine militare. Il 13 gennaio l’esercito ha intimato alle forze curde di lasciare l’area a Est di Aleppo e ripiegare oltre l’Eufrate. La televisione di Stato ha diffuso un comunicato con tanto di mappa: una vasta porzione di territorio, da Deir Hafer fino al fiume e poi verso Sud, dichiarata “zona militare chiusa”. Traduzione politica: Aleppo non deve più avere zone grigie e l’asse stradale e logistico dell’Est deve tornare sotto controllo centrale.

La decisione arriva dopo scontri duri della settimana precedente, culminati con l’espulsione dei combattenti da due quartieri a maggioranza curda e con lo sfollamento di decine di migliaia di civili. Damasco sostiene che le Forze Democratiche Siriane a guida curda abbiano mobilitato rinforzi nella zona; i curdi negano. Sul terreno, però, i segnali contano più delle smentite: sono stati osservati rinforzi governativi e artiglieria verso Deir Hafer.

A rendere esplosiva la situazione c’è l’episodio del 10 gennaio: un velivolo senza pilota carico di esplosivo ha colpito l’edificio del governatorato di Aleppo poco dopo una conferenza stampa di due ministri e di un funzionario locale. Le autorità hanno legato l’area contesa a un presunto punto di lancio di velivoli d’attacco “iraniani” diretti contro la città. Le Forze Democratiche Siriane respingono ogni responsabilità. Ma, al di là dell’attribuzione, l’effetto è chiaro: l’attacco consente a Damasco di presentare la pressione sui curdi come misura di sicurezza nazionale, non come resa dei conti politica.

Dietro l’ordine di ritirata c’è il fallimento dei negoziati sull’integrazione dell’Amministrazione autonoma curda e delle sue forze nel nuovo Stato siriano nato dopo la caduta di Bashar al Assad. Un accordo firmato il 10 marzo prevedeva l’assorbimento delle forze curde nell’esercito entro la fine del 2025. Ma le parole “assorbimento” e “fusione” possono significare due cose opposte: integrazione con garanzie, oppure subordinazione e smantellamento progressivo dell’autonomia. Su questo si gioca la partita.

A complicare tutto c’è la composizione del nuovo esercito: molte unità provengono dall’universo degli insorti, con una lunga storia di scontri con i curdi e con la Turchia spesso indicata come sponsor decisivo di quel fronte. Qui la memoria della guerra recente pesa più dei documenti firmati.

Aleppo e il suo Est non sono solo simboli. Sono rotte. Chi controlla Deir Hafer e l’asse verso l’Eufrate controlla passaggi, pedaggi, rifornimenti, accesso ai mercati e al trasporto di merci in un Paese dove lo Stato deve ricostruire finanze e legittimità. Per Damasco, ridurre l’autonomia curda significa anche ridurre una “dogana interna” e riportare sotto controllo centrale parti di economia di guerra, contrabbando, risorse agricole e snodi energetici del Nord-Est. Per i curdi, perdere profondità territoriale vicino ad Aleppo significa perdere leva negoziale e accesso a una città che resta un motore economico e un barometro politico.

L’ordine “oltre l’Eufrate” ha un valore operativo: trasformare il fiume in linea di separazione e, se necessario, in barriera. È una logica classica in Siria: definire confini di fatto che riducano attriti in aree urbane e spingano la contesa in spazi più controllabili. Ma è anche una scommessa rischiosa, perché le Forze Democratiche Siriane restano un attore armato strutturato, con esperienza e controllo territoriale nel Nord-Est, e perché l’escalation può riaprire fratture che Damasco non ha ancora la forza di gestire su più fronti contemporaneamente.

Il dossier curdo non è mai solo siriano. Le Forze Democratiche Siriane sono state per anni il principale partner degli Stati Uniti contro lo Stato Islamico, mentre Ankara le considera un’estensione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, il movimento armato in conflitto con la Turchia da decenni. C’è un processo di pace in corso, ma la diffidenza turca non scompare per decreto. In parallelo, l’amministrazione Trump ha rafforzato i legami con il governo di transizione di Ahmed al Sharaa e spinge i curdi ad attuare l’accordo di marzo. È un triangolo instabile: Washington vuole chiudere le ambiguità territoriali senza perdere la leva curda, Ankara vuole ridimensionare i curdi, Damasco vuole ricentralizzare.

E c’è un secondo fronte che rende tutto più delicato: Suwayda, a maggioranza drusa. Lì gruppi armati locali si presentano come alternativa a Damasco e mantengono contatti con i vertici curdi, talvolta coordinando posizioni. Se curdi e drusi saldano anche solo una convergenza tattica, la transizione siriana si ritrova con due questioni territoriali irrisolte che si parlano tra loro, moltiplicando costi politici e rischi di frammentazione.

Damasco tenta di chiudere il capitolo Aleppo con un atto di forza e una linea geografica precisa. Ma la Siria post Assad non è un foglio bianco: è un mosaico di poteri armati, sponsor esterni e economie locali. Se l’integrazione diventa imposizione, il rischio è spingere l’autonomia curda verso una resistenza prolungata e trasformare l’Eufrate da confine a miccia. Se invece si trova un compromesso credibile, Aleppo può diventare il laboratorio di una ricomposizione nazionale. In Siria, però, ogni laboratorio può diventare un fronte.