di Giuseppe Gagliano –
Aerei israeliani sono ornati a colpire obiettivi nel territorio siriano, per la precisione nella campagna di Damasco e nella provincia siriana di Daraa. I governi di Arabia Saudita ed Egitto hanno condannato l’azione di Israele, invocando il diritto internazionale e il ruolo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. È una presa di posizione che a prima vista sembra dettata dalla solidarietà araba verso una Siria ancora fragile dopo la caduta di Bashar al-Assad. Ma sotto la superficie delle parole, cioè “violazione della sovranità” da Il Cairo, “tentativi di destabilizzazione” da Riad, si intravede un intreccio di interessi e calcoli che va oltre la retorica.
Gli attacchi, giustificati da Israele come risposta alla presenza di armi nei siti colpiti e al pericolo rappresentato da Hayat Tahrir al-Sham (HTS) nel Sud della Siria, non sono un episodio isolato. Dall’8 dicembre 2024, con il collasso del regime di Assad, lo Stato ebraico ha intensificato la sua pressione militare, occupando la zona cuscinetto delle alture del Golan e il Monte Hermon. Benjamin Netanyahu lo ha detto chiaro il 23 febbraio: nessuna tolleranza per forze ostili vicino ai suoi confini. È una strategia che Tel Aviv porta avanti da decenni, ma che ora, in un contesto siriano privo di un’autorità centrale forte, assume i contorni di un’espansione tattica, se non di un disegno più ampio. Le alture del Golan, annesse de facto nel 1981 e riconosciute come israeliane solo dagli USA nel 2019, restano un nervo scoperto: militarmente strategiche, ricche di risorse, sono il simbolo di un’occupazione che la comunità internazionale non ha mai digerito.
La condanna di Arabia Saudita ed Egitto in questo sens, ha un peso specifico. Riad, che solo pochi anni fa flirtava con una normalizzazione dei rapporti con Israele sotto l’egida degli Accordi di Abramo, oggi si schiera con Damasco, esprimendo “solidarietà” e denunciando le “ripetute violazioni” delle leggi internazionali. Il Cairo, dal canto suo, va oltre: chiede il ritiro israeliano non solo dalle recenti conquiste, ma da tutti i territori siriani occupati dal 1967, rispolverando l’accordo di disimpegno del 1974. È un richiamo alla legalità ONU, certo, ma anche un segnale politico: entrambi i Paesi vogliono riaffermare il loro ruolo di leader nel mondo arabo, in un momento in cui la Siria, con il presidente ad interim Ahmed al-Sharaa, cerca di ricostruirsi tra le macerie.
Eppure non tutto è puro principio. L’Arabia Saudita, impegnata in una delicata partita regionale con l’Iran – tradizionale protettore di Assad e ora in cerca di nuovi equilibri con HTS – non può permettersi un’ulteriore destabilizzazione ai suoi confini orientali. L’Egitto, che guarda al Mediterraneo orientale e alla propria sicurezza interna, teme che un’escalation in Siria alimenti flussi migratori o dia ossigeno a gruppi estremisti. Entrambi, poi, devono fare i conti con la Turchia, che il 24 febbraio, per bocca di Hakan Fidan, ha accusato Israele di “espansionismo” – un monito che Ankara, influente sulla nuova leadership siriana, non intende lasciar cadere nel vuoto.
Il timing delle dichiarazioni non è casuale: mentre Riad e Il Cairo alzavano la voce, Sharaa era ad Amman, ricevuto da re Abdullah II, che pure ha condannato Israele e promesso sostegno alla “stabilità” siriana. È un triangolo arabo che si stringe attorno a Damasco, ma con obiettivi diversi: la Giordania guarda ai suoi confini, l’Egitto alla sua statura regionale, l’Arabia Saudita al contenimento di Turchia e Iran. E Israele? Netanyahu, forte del sostegno statunitense e di un’opposizione internazionale spesso solo verbale, sembra scommettere che il caos siriano gli offra un’opportunità: neutralizzare minacce immediate e consolidare il controllo su territori contesi.
Cosa resta allora, di questa crisi? Un Medio Oriente che si conferma un mosaico di tensioni, dove la condanna di Riad e Il Cairo è tanto un atto di principio quanto una mossa pragmatica. Israele, con i suoi raid, testa i limiti dei vicini e della comunità internazionale, che però, ONU in testa, fatica a passare dalle parole ai fatti. La Siria, fratturata e vulnerabile, diventa il teatro di un gioco più grande: non solo una questione di sovranità, ma una partita per il potere regionale, dove ogni attore cerca di posizionarsi in vista di un futuro ancora indefinito. Per ora, i bombardamenti continuano, e le dichiarazioni di condanna, per quanto altisonanti, restano sospese in un limbo di impotenza.




