
di Giuseppe Gagliano –
L’assassinio del chierico sciita Farhan Hassan al Mansour, imam del santuario di Sayyida Zeinab, segna il ritorno dello Stato Islamico nel centro più fragile e simbolico della nuova Siria. L’attentato, avvenuto in un sobborgo meridionale di Damasco, dimostra che l’ISIS non è stato eliminato: ha perso il territorio del Califfato, ma conserva cellule clandestine, capacità operative e una strategia fondata sulla destabilizzazione settaria.
Secondo la rivendicazione jihadista, l’attacco sarebbe stato compiuto con una bomba magnetica applicata al veicolo del religioso. Un’operazione che indica pianificazione, sorveglianza del bersaglio e presenza di reti locali in un’area teoricamente ad alta sicurezza. Colpire nei pressi del santuario di Sayyida Zeinab significa infatti sfidare direttamente il sistema di sicurezza siriano e l’influenza iraniana in Siria.
Sayyida Zeinab non è soltanto uno dei luoghi santi più importanti dello sciismo. Durante la guerra civile è diventato il simbolo della mobilitazione delle milizie sciite sostenute da Teheran, da Hezbollah alle formazioni irachene e afghane intervenute in difesa del governo di Bashar al Assad. Per questo l’uccisione di un imam legato al santuario assume un significato che va oltre il terrorismo: è una provocazione religiosa e geopolitica.
L’ISIS punta a riaprire le fratture confessionali che hanno devastato Siria e Iraq negli ultimi vent’anni. La strategia è colpire figure religiose e luoghi simbolici per alimentare paura, sospetto e possibili rappresaglie tra sunniti e sciiti. Non serve riconquistare territori: basta impedire la stabilizzazione del Paese.
La nuova Siria nata dopo la caduta di Assad nel dicembre 2024 resta infatti attraversata da vuoti di potere, fragilità istituzionali, crisi economica e rivalità regionali. In questo contesto le cellule jihadiste possono sopravvivere e colpire con attentati mirati, assassinii e azioni simboliche ad alto impatto mediatico.
Teheran ha condannato duramente l’attacco, sostenendo che dietro la destabilizzazione della Siria vi sia una strategia volta a indebolire la presenza sciita nella regione. L’Iran continua a considerare la Siria un nodo fondamentale del proprio sistema di alleanze e dei collegamenti strategici verso Hezbollah in Libano. Israele, al contrario, vuole impedire che il territorio siriano torni a essere una piattaforma militare iraniana. Gli Stati Uniti restano concentrati sul contenimento dell’ISIS ma anche sull’influenza iraniana, mentre la Turchia continua a guardare soprattutto al nord siriano e alla questione curda.
L’attentato dimostra così che la Siria rimane uno dei principali campi di competizione geopolitica del Medio Oriente. Ogni attacco interno rischia di trasformarsi immediatamente in una crisi regionale.
Il governo siriano di transizione si trova ora davanti a una prova decisiva: garantire la sicurezza dei luoghi religiosi e delle minoranze. Se lo Stato non riuscirà a proteggere santuari e figure comunitarie, le diverse comunità torneranno a cercare sicurezza nelle milizie e nelle potenze straniere, riaprendo la logica della guerra per procura che ha distrutto il Paese.
Anche l’economia siriana rischia di subire nuove conseguenze. Prima della guerra, il santuario di Sayyida Zeinab attirava migliaia di pellegrini sciiti da tutta la regione, alimentando commercio, trasporti e attività locali. La riduzione dei pellegrinaggi e il ritorno dell’insicurezza colpiscono direttamente le prospettive di ricostruzione e normalizzazione della Siria.
Lo scenario più probabile nei prossimi mesi è quello di una guerra a bassa intensità fatta di attentati selettivi contro leader religiosi, funzionari, luoghi di culto e convogli. L’ISIS non ha più la forza per ricostruire il Califfato, ma conserva la capacità di sabotare la pace siriana e mantenere il Paese in uno stato di instabilità permanente.
L’uccisione di Farhan Hassan al Mansour dimostra che la Siria non è ancora uscita dalla guerra civile. I fronti sono cambiati, ma le reti armate, le divisioni confessionali e le influenze straniere continuano a muoversi sotto la superficie. E proprio in queste fratture lo Stato Islamico cerca oggi il proprio nuovo spazio.











