di Giuseppe Gagliano –

Il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani e il direttore del Mossad Roman Gofman si sono incontrati domenica 23 agosto in Giordania nel tentativo di costruire un canale di sicurezza capace di evitare che le tensioni tra Israele, Siria e Turchia provochino uno scontro regionale.

Il colloquio è avvenuto pochi giorni dopo l’attacco israeliano contro la base aerea siriana di Abu al-Duhur, nella provincia di Idlib, dove sarebbero state sganciate almeno otto bombe contro piste e depositi. L’agenzia siriana Sana ha successivamente confermato colloqui ad alto livello mediati dagli Stati Uniti. Nella delegazione di Damasco erano presenti anche responsabili dei servizi d’informazione generale e militare, mentre la partecipazione del capo del Mossad evidenzia come i rapporti tra Siria e Israele rimangano concentrati soprattutto sulle questioni di sicurezza.

Al centro delle tensioni c’è il crescente ruolo della Turchia nella Siria guidata da Ahmed al-Sharaa. Israele teme in particolare che Ankara possa stabilire una presenza militare permanente nel Paese, con basi, sistemi antiaerei e droni. L’attacco contro Abu al-Duhur sarebbe stato determinato proprio dai sospetti israeliani su un possibile utilizzo della struttura da parte delle forze turche.

Damasco e Ankara hanno negato l’esistenza di un progetto per trasformare l’installazione in una base turca permanente. Al-Shaibani ha riconosciuto che ufficiali turchi avevano visitato la struttura, sostenendo però che Israele fosse già stato informato dell’assenza di piani per uno schieramento stabile.

Per anni l’obiettivo principale delle operazioni israeliane in Siria è stato impedire il consolidamento della presenza iraniana e il trasferimento di armamenti a Hezbollah. Dopo la caduta di Bashar al-Assad, l’attenzione si è progressivamente spostata sulla Turchia, che sostiene politicamente il nuovo governo siriano e partecipa alla formazione delle sue forze armate. Un confronto con Ankara avrebbe tuttavia implicazioni molto più ampie, considerando che la Turchia è membro della NATO e dispone di uno dei maggiori eserciti della regione.

La Siria, nel frattempo, non possiede capacità militari sufficienti per impedire le incursioni israeliane. Gran parte delle difese antiaeree è stata distrutta o danneggiata durante gli anni di guerra e le nuove autorità devono ricostruire contemporaneamente esercito, aviazione, strutture di comando e controllo delle frontiere. Israele mantiene quindi una netta superiorità militare e la capacità di colpire in profondità nel territorio siriano.

Questa superiorità presenta però un problema strategico per Israele. I continui bombardamenti possono indebolire il governo di al-Sharaa e aumentare la sua dipendenza militare dalla Turchia, favorendo proprio quella presenza di Ankara che il governo israeliano cerca di limitare. Allo stesso tempo, un eventuale dispiegamento di sistemi antiaerei o velivoli turchi aumenterebbe il rischio di incidenti diretti tra le forze dei due Paesi.

Washington sta per questo lavorando alla creazione di meccanismi permanenti di comunicazione tra Siria, Israele e Turchia, attraverso lo scambio preventivo di informazioni sulle rispettive attività militari.

Il negoziato potrebbe riprendere alcuni elementi dell’accordo sulla separazione delle forze del 1974, prevedendo zone di sicurezza nel Sud della Siria, aree sottoposte a sorveglianza internazionale e limitazioni alla presenza militare vicino alla frontiera. Damasco chiede la fine degli attacchi israeliani e il ritiro delle forze dai territori occupati dopo la caduta di Assad nel dicembre 2024. Israele pretende invece garanzie sulla smilitarizzazione della Siria meridionale, sull’assenza di organizzazioni ostili e sulla presenza militare turca. La questione delle Alture del Golan rimane formalmente irrisolta, ma non appare al centro dell’attuale fase negoziale.

Un eventuale accordo avrebbe conseguenze anche sulla ricostruzione siriana, il cui costo è stimato dalla Banca mondiale in circa 216 miliardi di dollari. Turchia, Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi del Golfo sono interessati alle opportunità economiche offerte dalla ricostruzione, ma gli investimenti rimangono esposti all’instabilità e alla possibilità di nuovi attacchi.

La scelta della Giordania come sede dei colloqui risponde proprio alla necessità di trovare un terreno politicamente sostenibile per entrambe le parti. Amman mantiene relazioni diplomatiche con Israele, confina con la Siria e ha un interesse diretto a evitare nuove crisi capaci di alimentare traffici illegali, instabilità e movimenti di profughi.

L’incontro non apre quindi la strada a una normalizzazione immediata tra Siria e Israele, ma rappresenta il tentativo di creare regole minime per evitare un’escalation. Damasco rivendica la piena sovranità sul proprio territorio, mentre Israele vuole conservare la possibilità di intervenire preventivamente contro le minacce percepite. La capacità di conciliare queste posizioni determinerà se il dialogo potrà trasformarsi in un accordo di sicurezza o se la Siria continuerà a essere il terreno della crescente competizione strategica tra Israele e Turchia.