Siria. Colloqui con Israele per stabilizzare il sud del paese

di Giuseppe Gagliano

La caduta del regime di Bashar al-Assad l’8 dicembre ha aperto una fase inedita per la Siria e per il Medio Oriente. Mentre le milizie jihadiste prendevano il controllo di Damasco, Israele ha rafforzato la propria postura militare nel Golan, schierando truppe nella zona cuscinetto pattugliata dall’ONU e intensificando gli attacchi aerei contro obiettivi militari in territorio siriano. La reazione delle nuove autorità è stata sorprendentemente prudente: nessuna ritorsione, ma un’apertura a negoziati che potrebbero ridefinire i rapporti tra i due Paesi.
Il presidente Ahmed al-Sharaa ha confermato che sono in corso colloqui con Israele per ripristinare la situazione precedente all’8 dicembre e per evitare un’escalation che rischierebbe di far precipitare la Siria nel caos. Un incontro a Parigi tra il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shibani e il ministro israeliano Ron Dermer ha discusso la de-escalation e la situazione nella provincia drusa di Sweida, teatro di violenze settarie. Lo stesso Netanyahu ha ammesso pubblicamente che l’obiettivo è la smilitarizzazione della Siria meridionale, condizione chiave per Israele.
Sul fronte internazionale Sharaa ha ricevuto a Damasco l’ammiraglio Brad Cooper, nuovo comandante del CENTCOM, e l’inviato speciale USA Tom Barrack. Il messaggio americano è stato chiaro: collaborazione nella lotta all’ISIS in cambio di supporto politico e militare per stabilizzare la Siria. Washington ha già annunciato una riduzione delle proprie truppe a meno di 1.000 unità e la chiusura di quasi tutte le basi, ma mantiene la capacità di colpire i resti dell’ISIS con raid mirati. L’incontro ha sancito la volontà di rafforzare i canali diplomatici e di avviare una partnership strategica con il nuovo governo siriano, coerente con la visione dell’amministrazione Trump di un Medio Oriente più stabile e integrato.
Mentre la diplomazia lavora, Israele ha lanciato un’operazione di terra nella provincia di Deraa, conducendo perquisizioni nelle città di Saysoun e Jamlah, a ridosso della linea del cessate-il-fuoco del 1974. È un segnale duplice: da un lato, Gerusalemme mostra che non intende tollerare minacce vicino ai propri confini; dall’altro, dimostra che i negoziati non significano debolezza, ma gestione attiva della sicurezza.
La prudenza siriana indica che le nuove autorità vogliono evitare un conflitto aperto, che potrebbe minare la loro legittimità interna e favorire il ritorno di gruppi jihadisti. Israele, dal canto suo, punta a ottenere garanzie che il sud della Siria non diventi un nuovo fronte per Hezbollah o l’Iran. La partita si gioca anche sul piano regionale: Turchia, Russia e Iran osservano con attenzione, perché un accordo diretto tra Damasco e Gerusalemme ridurrebbe la loro influenza sulla Siria.
Se questi negoziati porteranno a un’intesa, il Medio Oriente potrebbe assistere a una nuova architettura di sicurezza, con effetti a catena: riapertura di corridoi commerciali, investimenti per la ricostruzione siriana, possibile normalizzazione diplomatica. Sul piano geoeconomico, la stabilità favorirebbe il ritorno di progetti energetici e infrastrutturali bloccati dal conflitto, riducendo l’instabilità lungo il corridoio levantino e contribuendo a calmierare i mercati energetici regionali.
La sfida è mantenere l’equilibrio tra legittime esigenze di sicurezza di Israele, interessi di stabilità di Damasco e aspirazioni delle comunità locali, come i drusi di Sweida. Ogni cedimento potrebbe riaccendere il conflitto e compromettere i progressi. L’apertura di Sharaa rappresenta un’opportunità storica: se sostenuta da una diplomazia attenta e da un coinvolgimento internazionale bilanciato, potrebbe trasformare la Siria da epicentro di guerre per procura a laboratorio di pacificazione regionale.