di Giuseppe Gagliano –

Il ministero degli Esteri francese sta ricostituendo il personale diplomatico che sarà dispiegato nell’ambasciata di Damasco, chiusa nel 2012 nel pieno della guerra civile. Secondo fonti riservate, si tratterebbe non solo di funzionari esperti del dossier siriano, ma anche di analisti con retroterra in sicurezza, cooperazione militare e dialogo tribale.

Il ritorno diplomatico a Damasco, già annunciato in gennaio, non è tuttavia una mossa senza rischi. In Francia i gruppi della diaspora siriana, le associazioni umanitarie e alcuni settori politici, criticano l’iniziativa come un tradimento della memoria di decine di migliaia di civili uccisi o torturati. Ma i motivi dietro la decisione non sono etici: sono geopolitici.

Parigi vuole tornare a contare nel Levante, dopo anni in cui la scena è stata monopolizzata da Mosca, Teheran e Ankara. Il rientro in Siria serve a:

– contrastare l’influenza turca nel nord del Paese,

– gestire sul campo il dossier dei foreign fighters,

– monitorare i canali energetici e il traffico di droga (captagon),

– tenere un occhio sul Libano, dove il legame con Damasco è tutt’altro che spezzato.

Un nodo cruciale resta la questione curda. Durante la guerra, la Francia ha sostenuto politicamente e militarmente le milizie curdo-siriane (YPG/SDC) impegnate contro l’ISIS, in particolare nella regione della Jazira e a Kobane. Oggi, con il ritorno dei diplomatici a Damasco, si teme che Parigi possa “normalizzare” anche con il nuovo regime a scapito dell’autonomia curda.

Ma il ritorno francese a Damasco non è solo diplomazia. Gli apparati di sicurezza, in particolare DGSE e Direction du renseignement militaire, vedono il presidio siriano come una testa di ponte per il monitoraggio del jihadismo residuale, ma anche dei flussi migratori e dei traffici lungo la rotta Siria-Libia-Sahel.