di Giuseppe Gagliano

L’ennesima incursione israeliana nella campagna siriana di Quneitra, avvenuta all’indomani della visita del capo di stato maggiore Eyal Zamir, è molto più di un’azione militare localizzata. È il segnale di un cambiamento strategico profondo: Israele non si accontenta più di contenere le minacce, vuole presidiare, dissuadere, occupare. E legittimare il fatto compiuto.

Le parole pronunciate da Zamir, “non sappiamo come si evolveranno gli eventi qui”, confermano che la dottrina della sicurezza è ormai un lasciapassare permanente per l’occupazione militare. La zona smilitarizzata siriana diventa così una “zona vitale” per Tel Aviv. Non più buffer, ma bastione.

Il nuovo equilibrio post al-Assad, con i ribelli al potere e Ankara protagonista, crea spazi d’azione per Israele, che intensifica le operazioni nel Golan e nelle retrovie siriane, con l’appoggio implicito di Washington. La retorica della difesa preventiva maschera una strategia di consolidamento territoriale.

I tentativi di mediazione, anche da parte di Trump tra Israele e Turchia, si scontrano con l’evidenza: lo Stato ebraico punta a un controllo permanente di posizioni strategiche, sfruttando la paralisi diplomatica internazionale e il caos siriano. E intanto bombarda, espande, pianta bandiere.

La Siria, divisa tra potenze straniere, non ha più capacità di risposta. Ma il prezzo di questa frammentazione lo pagherà l’intera regione: con più milizie, più vendette, più caos. E un nuovo Medio Oriente definito non dai trattati, ma dalle mappe ridisegnate dai droni.