Siria. I curdi delle Sdf accettano l’integrazione nello Stato

di Giuseppe Gagliano –

C’è un momento, in ogni guerra civile lunga, in cui la parola “integrazione” smette di essere un progetto e diventa una via di fuga. L’accordo annunciato dalle SDF per l’inserimento graduale nelle strutture statali siriane arriva dopo settimane di combattimenti e dopo un’offensiva governativa che ha ridotto l’enclave curda a un perimetro sempre più piccolo. A Damasco serve una cosa sola: chiudere la parentesi delle autonomie armate e ricucire il territorio. Alle SDF serve, prima di tutto, sopravvivere come comunità politica e militare, anche pagando il prezzo di rientrare in uno Stato che per anni hanno tenuto fuori dalle loro città.
Il cuore dell’intesa è operativo: ritiro dalle linee del fronte, ingresso delle forze governative nei centri di Hassakeh e Qamishli, fusione delle forze di sicurezza locali, creazione di nuove unità che incorporano combattenti SDF e inserimento di altri in brigate già esistenti, compresa una formazione nella provincia di Aleppo. In parallelo, la parte più delicata: anche le istituzioni civili dell’amministrazione autonoma curda, quella che per oltre un decennio ha governato una regione semi-autonoma, vengono assorbite nello Stato. Le SDF parlano di garanzie su diritti civili ed educativi e del ritorno degli sfollati. È la lista dei minimi vitali: lingua, scuola, sicurezza quotidiana, casa.
Sul piano militare, l’integrazione è un’operazione di controllo. Non basta far deporre le armi: bisogna spezzare la catena di comando autonoma. Le SDF sono state una forza coerente, addestrata, con esperienza contro lo Stato Islamico e con una struttura politico-militare radicata nel territorio. Per Damasco, assorbirle significa togliere ossigeno a qualsiasi futura tentazione secessionista, ma anche evitare un’occupazione permanente del Nord-Est che costerebbe uomini e risorse e potrebbe riaccendere la guerriglia.
Per le SDF, invece, l’accordo è anche una misura difensiva: se restano isolate, diventano bersaglio facile; se entrano nello Stato, spostano la partita dal campo militare al campo istituzionale, dove almeno esiste una possibilità di negoziare spazi, ruoli e immunità. È una scelta che sa di sconfitta, ma è la sconfitta meno irreversibile.
Il passaggio più tagliente non è scritto nell’accordo, è scritto nelle reazioni. Gli Stati Uniti hanno sostenuto le SDF per anni nella guerra allo Stato Islamico, una guerra pagata dai curdi con migliaia di caduti. Ma nel momento in cui Damasco ha rialzato la testa, Washington non è intervenuta militarmente negli scontri recenti, limitandosi a spingere verso un’intesa. È la logica della priorità: quando cambia il quadro regionale e la Casa Bianca decide di avvicinarsi al nuovo potere centrale siriano, l’alleato periferico diventa negoziabile.
Da qui il sentimento di tradimento espresso da comandanti curdi: non è solo emotivo, è politico. Significa che la lezione viene interiorizzata: chi si affida a una potenza esterna per costruire un’autonomia, prima o poi scopre che quella potenza tratta l’autonomia come una pedina e non come un fine. E quando la pedina serve, è eroica; quando non serve più, è un problema da risolvere in fretta.
Il presidente siriano ad interim, Ahmed al-Sharaa, per una parte del mondo curdo non è un interlocutore, è un rischio. Il suo passato jihadista, la storia dei gruppi armati in Siria, le metamorfosi opportunistiche tipiche di quel teatro: tutto alimenta una sfiducia radicale. Qui sta il paradosso: l’accordo si firma non perché esista fiducia, ma perché manca l’alternativa. È la “pace” delle parti che si temono e che decidono di non potersi permettere un’altra stagione di guerra aperta.
Per Damasco, l’assorbimento delle strutture curde serve anche a presentarsi all’esterno come Stato ricomposto: un messaggio utile verso i vicini, verso i partner regionali, e verso chi vuole una Siria “stabile” per ragioni di sicurezza e di flussi migratori.
C’è un livello economico che spesso viene sottovalutato: una regione autonoma in guerra può resistere, ma non può ricostruire. Se il Nord-Est vuole salari pubblici, infrastrutture, servizi e investimenti, deve rientrare in un quadro statale e, soprattutto, in un quadro diplomatico che renda possibile l’arrivo di risorse. Damasco lo sa e usa la leva della normalizzazione: “rientrate e avrete accesso a un sistema”. Le SDF, strette dall’offensiva e dall’isolamento, accettano di trasformare la propria autonomia da fatto compiuto a negoziato amministrativo.
La scommessa è questa: che l’integrazione riduca i costi della sicurezza e apra spiragli per la ricostruzione locale. Ma è una scommessa fragile, perché dipende da garanzie che storicamente in Siria sono state revocabili.
Il Nord-Est siriano è anche il deposito umano del dopo-califfato: migliaia di presunti combattenti dello Stato Islamico e decine di migliaia di familiari in campi e prigioni. Chi controlla questi luoghi controlla una bomba a orologeria e, insieme, una moneta negoziale con l’Occidente. Se Damasco integra le strutture curde, eredita anche questo problema: sicurezza, gestione, diritto, rimpatri, possibili fughe, propaganda.
Il fatto che il governo siriano abbia già preso il controllo di al-Hol indica la direzione: centralizzare il dossier e usarlo come prova di sovranità. Ma significa anche caricarsi un rischio enorme, perché ogni falla in quel sistema avrebbe conseguenze regionali immediate, dall’Iraq alla Turchia.
L’intesa tra SDF e Damasco è la fotografia di un nuovo equilibrio: lo Stato siriano, in transizione, prova a ricomporsi; i curdi scelgono la sopravvivenza istituzionale invece della resistenza militare; gli Stati Uniti mostrano che la loro fedeltà è sempre subordinata alla convenienza strategica. È un accordo che riduce, almeno per ora, la probabilità di una guerra aperta nel Nord-Est. Ma non cancella la frattura di fondo: identità, sicurezza, potere locale, memoria della guerra.
In Siria, “integrazione” significa spesso una cosa sola: rientrare nel recinto. La vera domanda è se, questa volta, dentro quel recinto ci sarà spazio per vivere.