di Giuseppe Gagliano –
La comunità drusa in Siria, circa il 3% della popolazione con 700mila persone concentrate soprattutto a Suwayda, vive un momento di profonda tensione. Dopo tredici anni di guerra civile e il rovesciamento del regime di Bashar al-Assad, i drusi si trovano al centro di dinamiche che intrecciano sopravvivenza etnica, rivalità religiose e interessi geopolitici regionali. L’unità della comunità è sempre più fragile, fratturata tra leader religiosi, fazioni armate e scelte strategiche divergenti rispetto al nuovo governo di Damasco.
La figura di Sheikh Hikmat al-Hijri rappresenta la parte più radicale di un mosaico complesso. Dopo aver sostenuto al-Assad, Hijri ha rotto con il regime nel 2020, denunciando la repressione e chiedendo protezione internazionale per i drusi. La sua recente dichiarazione sulla “guerra totale di sterminio” evoca il rischio di una pulizia etnica, facendo pressione sulla comunità internazionale per un intervento che difficilmente arriverà. Di contro lo sceicco Yousef Jarbou, pur condividendo le preoccupazioni per la sicurezza, si è mostrato più propenso al dialogo con le autorità di Damasco, sostenendo un cessate-il-fuoco e un accordo che prevede la reintegrazione di al-Suwayda nello Stato siriano.
In questo scenario si inserisce la componente armata dei drusi, guidata principalmente dal gruppo Uomini della Dignità, nato nel 2013 per difendere la comunità dagli jihadisti e dal regime stesso. Dopo l’assassinio del fondatore Wahid al-Balous nel 2015, il gruppo ha mantenuto un orientamento autonomista, opponendosi sia alla coscrizione obbligatoria dei giovani drusi sia all’ingresso delle forze governative a Suwayda. L’attuale leader, lo sceicco Yahya Hajjar, ha ribadito che qualsiasi accordo che non preveda il ritiro delle truppe governative sarà considerato inaccettabile.
Le capacità militari dei drusi, pur limitate rispetto all’esercito siriano, restano significative per controllare i confini meridionali e frenare i traffici illegali verso la Giordania. Tuttavia l’isolamento strategico della regione e la mancanza di un alleato internazionale espongono i drusi al rischio di un’offensiva mirata che potrebbe spegnere ogni aspirazione autonomista.
La situazione dei drusi non è solo un affare interno siriano. Israele, che in passato ha sostenuto i drusi del Golan come alleati strategici, osserva con attenzione le evoluzioni a Suwayda, temendo che l’instabilità possa favorire infiltrazioni iraniane o jihadiste. Allo stesso tempo la Giordania monitora i movimenti lungo il confine, preoccupata per i contrabbandi e i riflessi della crisi sulla propria sicurezza interna.
Per la Russia e l’Iran, principali sostenitori del governo di Damasco, il controllo di Suwayda è cruciale per consolidare il potere del presidente Ahmed al-Sharaa e garantire la stabilità delle rotte verso il sud. Ma le tensioni con la comunità drusa rischiano di minare questi sforzi, creando un nuovo fronte di instabilità che potrebbe attrarre l’attenzione delle potenze occidentali.
L’economia locale è in ginocchio: le coltivazioni tradizionali, come mele e albicocche, languono per mancanza di sbocchi commerciali, mentre i giovani emigrano o si arruolano in milizie, comprese le forze israeliane, per sopravvivere. Il contrabbando verso la Giordania è diventato una fonte primaria di reddito, alimentando però corruzione e conflitti interni. Qualsiasi soluzione politica dovrà affrontare non solo la sicurezza, ma anche il rilancio economico per evitare che la marginalizzazione della comunità drusa diventi un detonatore di nuove rivolte.
I drusi siriani si trovano davanti a un bivio: integrarsi pienamente nello Stato siriano, rischiando di perdere la loro autonomia, oppure insistere su un’autonomia di fatto che potrebbe attirarli nel vortice di una repressione militare più dura. La loro capacità di sopravvivere dipenderà non solo dalle alleanze interne, ma anche dal gioco delle potenze regionali e globali che continuano a considerare la Siria come un terreno di scontro strategico.












