di Giuseppe Gagliano –
A poco più di un anno dalla caduta di Bashar al-Assad, la Siria resta un territorio aperto, fragile, contendibile. Non è il caos totale, ma qualcosa di più insidioso: un ordine instabile, dove ogni attore esterno prova a ritagliarsi una zona d’influenza prima che il nuovo equilibrio si cristallizzi. In questo quadro si inseriscono le rivelazioni del Washington Post sul sostegno finanziario e militare fornito da Israele, con il concorso delle Forze democratiche siriane, a milizie druse nel sud della Siria.
Dal punto di vista israeliano, la scelta risponde a una logica ormai consolidata dopo il 7 ottobre 2023: difesa avanzata dei confini, prevenzione di vuoti di potere ostili, creazione di cuscinetti informali affidati a forze locali. Il nuovo potere di Damasco, guidato da Ahmed al-Sharaa, è percepito come un’incognita. La sua opposizione all’Iran è vista a Washington come un’opportunità, ma a Gerusalemme pesa il passato jihadista del nuovo presidente e la fragilità del suo controllo territoriale.
In questa incertezza, Israele ha scelto di muoversi rapidamente: armi leggere, equipaggiamenti difensivi, stipendi mensili per migliaia di combattenti drusi. Una strategia che punta a legare la sicurezza del confine settentrionale a una rete di alleanze locali, più che a un accordo politico strutturato con Damasco.
La comunità drusa, concentrata soprattutto nella provincia di Suwayda, si trova così al centro di un gioco più grande di lei. Da un lato, la protezione israeliana offre armi, risorse e visibilità internazionale. Dall’altro, alimenta rivalità interne, come dimostra il passaggio di sostegno dal Consiglio Militare guidato da Tareq Shoufi alla nuova “Guardia Nazionale” legata allo sceicco Hikmat al-Hijri.
Il risultato è paradossale: il tentativo di costruire una forza per procura affidabile ha finito per accentuare le divisioni druse, generando scontri interni e riducendo la coesione che avrebbe dovuto garantire stabilità. È il limite strutturale di ogni strategia indiretta: funziona finché l’interesse esterno coincide con quello locale, si inceppa quando emergono ambizioni concorrenti.
Gli Stati Uniti osservano con crescente disagio. Da un lato comprendono le preoccupazioni israeliane; dall’altro temono che il sostegno a milizie autonome finisca per minare il nuovo assetto siriano, proprio mentre l’amministrazione statunitense cerca di testare una possibile cooperazione con Damasco. Non è un caso che gli avvertimenti a Israele siano arrivati in parallelo al primo incontro tra Donald Trump e Ahmed al-Sharaa: il segnale è che Washington vorrebbe evitare un’altra Siria frammentata in feudi armati.
Il caso druso mostra, ancora una volta, quanto sia sottile la linea tra sicurezza e destabilizzazione. Per Israele, sostenere milizie locali è un modo per guadagnare tempo e profondità strategica. Ma nel medio periodo rischia di produrre l’effetto opposto: un mosaico di attori armati difficili da controllare, pronti a cambiare alleanza o a combattersi tra loro.
La Siria post-al-Assad non è più il terreno della guerra totale, ma non è nemmeno uno Stato ricostruito. È uno spazio di competizione a bassa intensità, dove ogni intervento esterno lascia tracce durature. E dove le guerre per procura, anche quando nascono con obiettivi difensivi, finiscono spesso per generare nuove instabilità invece di risolverle.




