di Giuseppe Gagliano –

La crisi che ha travolto la provincia di Suweyda a luglio resta una delle pagine più oscure della Siria del dopoguerra. Per la prima volta il governo ha ammesso formalmente la responsabilità di uomini delle proprie forze di sicurezza e dell’esercito, arrestati dopo un’indagine che documenta violazioni gravi e sistematiche. Un fatto raro in un Paese in cui l’apparato statale ha sempre negato o minimizzato ogni abuso. Ma questa ammissione, invece di chiudere la fase più acuta, rischia di aprire nuove faglie di instabilità.

Il giudice Hatem Naasan, a capo della commissione d’indagine, ha spiegato che i filmati circolati sui social mostravano in maniera inequivocabile i volti di militari e agenti coinvolti in esecuzioni sommarie, umiliazioni pubbliche e violenze su civili drusi. Il Ministero dell’Interno e quello della Difesa hanno provveduto agli arresti, ma il numero esatto dei fermati resta riservato così come il conto delle vittime, che sarà pubblicato solo nel rapporto finale.

Il fatto stesso che il governo sia stato costretto a intervenire indica la portata dello scandalo. Suweyda, regione a maggioranza drusa, è da anni una delle poche aree dove le forze locali mantengono una relativa autonomia rispetto a Damasco. L’irruzione delle milizie beduine, dopo il rapimento di un autista druso, ha scatenato scontri feroci che le forze governative non sono riuscite a contenere in modo imparziale. Anzi: molti abitanti accusano l’esercito di aver appoggiato i beduini, aggravando un conflitto che ha portato a centinaia di morti.

Le violenze di luglio hanno accentuato una frattura già profonda. Sempre più voci nella comunità drusa chiedono un assetto federale che riconosca una forma di sovranità locale, mentre una minoranza propone apertamente la secessione da Damasco. Il riferimento politico e spirituale della regione, Sheikh Hikmat al-Hajri, ha definito l’autodeterminazione un “diritto assoluto”. Non è una frase casuale: in un Paese stremato da quattordici anni di guerra, ogni richiesta di autonomia territoriale assume un valore esplosivo.

A fine agosto è nata la Guardia nazionale drusa, un’organizzazione che riunisce più di trenta gruppi armati locali. È una struttura unificata e con una leadership riconosciuta, capace di agire rapidamente e con una forza che lo Stato, oggi indebolito, non può ignorare.

La crisi di Suweyda non è rimasta un affare interno siriano. Il 16 luglio Israele, sostenendo di voler difendere i drusi, ha bombardato più volte le postazioni governative nella provincia e ha persino colpito il quartier generale del Ministero della Difesa nel cuore di Damasco. È un salto di qualità impressionante: non solo attacchi mirati contro depositi o convogli, ma un colpo diretto al centro del potere militare della capitale.

Dalla caduta del regime degli Assad, avvenuta lo scorso dicembre, Israele ha intensificato i propri raid con l’obiettivo dichiarato di ridurre le capacità residue dell’esercito siriano. Ma a Suweyda il significato è più ampio: Tel Aviv manda un segnale ai nuovi equilibri interni alla Siria e alla regione, mostrando di poter intervenire a sostegno di minoranze o gruppi locali quando il governo centrale appare delegittimato.

Nonostante la tregua del 15 luglio, la calma è durata poco. Raid con droni attribuiti a Damasco e nuovi scontri con la Guardia nazionale drusa sono stati segnalati fino a pochi giorni fa. L’Osservatorio siriano per i diritti umani parla di attacchi ripetuti nella zona di al-Majdal e di scontri nel settore Aray-Khirbet Samar. Segno che le linee del fronte interno non si sono mai davvero chiuse.

La commissione d’inchiesta, nel frattempo, chiede due mesi supplementari per poter completare il lavoro: molte aree della provincia restano di fatto inaccessibili. Un’altra conferma che l’autorità dello Stato è, almeno in questa regione, molto limitata.

La vicenda di Suweyda mostra quanto la Siria sia ancora lontana da una pace stabile. La guerra è terminata sul piano militare, ma i conflitti settari, le rivalità tribali e la debolezza delle istituzioni continuano a generare violenza. L’arresto di agenti e soldati è un segnale importante, ma non basta a ricostruire la fiducia di una comunità che ha visto i propri anziani umiliati nelle piazze e i propri giovani uccisi.

Suwewda non è solo una questione drusa. È il simbolo di una Siria che rischia di frantumarsi in micro-regioni ostili, con potenze straniere pronte a intervenire a seconda dei propri interessi. Ed è anche il banco di prova per un governo che, senza un vero processo di riconciliazione, rischia di restare prigioniero di un passato che continua a esplodere.