di Giuseppe Gagliano

Il governo del Regno Unito ha deciso di rimuovere 24 entità siriane dalla lista delle sanzioni e di sbloccarne i beni, un’iniziativa che non rappresenta solamente un atto amministrativo, ma un segnale geopolitico ed economico di grande portata. Tra le entità coinvolte spicca la Banca Centrale della Siria, insieme ad altre istituzioni finanziarie e compagnie petrolifere. Si tratta di un passo che sembra contraddire l’isolamento della Siria perseguito dall’Occidente negli ultimi anni, ma che, a ben vedere, risponde a logiche strategiche più ampie e meno evidenti di quanto possa sembrare.

La narrazione ufficiale della politica estera britannica ha sempre dipinto la Siria come uno Stato-canaglia, colpevole di crimini di guerra e di repressione. Dal 2011, Londra è stata in prima linea nelle politiche di sanzioni, sostenendo gruppi di opposizione e impedendo qualsiasi normalizzazione con il governo di Bashar al-Assad. Ma il contesto internazionale è cambiato e, soprattutto, l’Europa e il Regno Unito non possono più permettersi un isolamento a oltranza di Damasco.

Sul piano economico il Medio Oriente sta ridefinendo le proprie alleanze e rotte commerciali. Dopo anni di marginalizzazione, la Siria sta gradualmente rientrando nei giochi della regione, grazie alla normalizzazione dei rapporti con alcuni Paesi arabi, come Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, e all’espansione dell’influenza cinese e russa. La presenza russa in Siria non è mai venuta meno e Mosca ha consolidato la sua posizione, sia a livello militare che economico. Inoltre la Cina sta ampliando il suo raggio d’azione con investimenti in infrastrutture e petrolio, facendo della Siria un tassello strategico nella propria proiezione verso il Mediterraneo.

Di fronte a questa realtà il Regno Unito non può rimanere indietro. Le sanzioni non hanno abbattuto il governo siriano, ma hanno solo spinto Damasco verso nuove alleanze, rafforzando la sua dipendenza da Mosca e Pechino. La rimozione delle entità siriane dalla lista nera britannica suggerisce quindi una mossa pragmatica: se Londra non può più influenzare la Siria con la forza delle sanzioni, allora è meglio inserirsi nel processo di reintegrazione economica per ritagliarsi un ruolo.

Un punto centrale della decisione britannica riguarda il settore energetico. Tra le entità rimosse dalla lista figurano compagnie petrolifere, un dettaglio che non è affatto secondario. Il Regno Unito è consapevole che il settore energetico siriano potrebbe tornare ad essere un asset strategico nei prossimi anni.

La Siria, pur essendo un piccolo produttore rispetto a giganti come l’Arabia Saudita o l’Iraq, possiede risorse di petrolio e gas che la rendono una pedina fondamentale nello scacchiere energetico della regione. Il paese ospita giacimenti non solo sulla terraferma, ma anche al largo delle sue coste, nel Mediterraneo orientale, un’area sempre più contesa tra Turchia, Israele, Libano ed Egitto.

Londra ha dunque un interesse concreto nel posizionarsi prima che altri attori prendano il sopravvento. Con il ridimensionamento dell’influenza statunitense nella regione, la Turchia che gioca una partita tutta sua e l’Europa sempre più assetata di fonti energetiche alternative a Russia e Medio Oriente, il Regno Unito cerca di inserirsi nel quadro futuro della ricostruzione siriana.

Questa decisione è anche un segnale agli alleati. Il Regno Unito si muove con anticipo, anticipando un possibile riallineamento delle strategie occidentali sulla Siria. Washington non ha ancora modificato la sua posizione ufficiale, ma i cambiamenti in Medio Oriente rendono improbabile un’ostinata chiusura a tempo indeterminato.

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, un tempo tra i più feroci oppositori di al-Assad, hanno riallacciato i rapporti con Damasco per ragioni economiche e strategiche. Il riavvicinamento arabo alla Siria è un segnale chiaro che Londra non può ignorare. E se gli Stati Uniti restano impantanati in un approccio più rigido, il Regno Unito dimostra ancora una volta di voler giocare una partita autonoma, cercando di posizionarsi come un ponte tra le vecchie politiche occidentali e le nuove dinamiche della regione.

C’è poi la questione delle sanzioni europee, che restano in vigore e continuano a ostacolare qualsiasi forma di ripresa economica siriana. Ma se Londra inizia a sfilarsi da questa strategia, è lecito domandarsi quanto tempo passerà prima che altri Paesi europei, Francia e Germania in testa, inizino a considerare passi simili.

Non bisogna farsi illusioni: questo non significa una normalizzazione immediata delle relazioni diplomatiche tra Regno Unito e Siria. Damasco rimane ufficialmente un nemico dell’Occidente, e Londra non è pronta a riconoscere Assad. Tuttavia, il linguaggio della geopolitica è fatto anche di gesti indiretti e aperture mascherate.

Rimuovere le sanzioni da banche e compagnie siriane significa facilitare potenziali transazioni economiche e finanziarie. Significa aprire una porta, anche se socchiusa, a futuri scambi. In altre parole, Londra sta lasciando intendere che, se le condizioni lo permetteranno, la Siria potrebbe non essere più un paria per sempre.

La rimozione delle 24 entità siriane dalla lista nera del Regno Unito non è una concessione gratuita né un cambio di rotta improvviso. È una mossa calcolata, dettata dalla consapevolezza che il Medio Oriente si sta riorganizzando e che la Siria, nonostante una guerra devastante e anni di isolamento, sta tornando a essere un nodo strategico nella regione.

Londra ha capito che le vecchie politiche non funzionano più e che la Siria non può essere ignorata per sempre. Il Regno Unito si sta posizionando per il futuro, con un occhio agli affari e un altro agli equilibri geopolitici. E mentre l’Occidente si interroga su come gestire l’ascesa della Cina, il riavvicinamento russo-iraniano e la crisi energetica, Londra sta già giocando la prossima mossa.