di Giuseppe Gagliano –
A quasi un anno dalla caduta di Bashar al-Assad, la Siria torna a essere il centro di un gioco strategico globale. Secondo quanto rivelato da Reuters, gli Stati Uniti si preparano a stabilire una base militare nei pressi di Damasco per monitorare un accordo di sicurezza tra Israele e il nuovo governo siriano di Ahmed al-Sharaa. Una notizia che, se confermata, segnerebbe un profondo riallineamento geopolitico: la Siria, per due decenni roccaforte dell’asse iraniano e russo, si avvicina ora a Washington, nel tentativo di ricostruire la propria legittimità internazionale.
L’8 dicembre 2024 ha segnato una data simbolica per il Medio Oriente. La fine del regime di al-Assad, travolto dal collasso economico e dall’isolamento politico, ha lasciato la Siria in un limbo: un Paese devastato, diviso, ma strategicamente indispensabile. Nella nuova fase, il presidente al-Sharaa, ex funzionario di lungo corso e figura di compromesso, ha cercato di presentarsi come garante della stabilità e della riconciliazione nazionale.
Gli Stati Uniti hanno colto l’occasione. L’amministrazione Trump, desiderosa di archiviare il lungo ciclo delle guerre per procura, ha scelto la via della “presenza di mediazione”: non più un’occupazione diretta, ma una presenza militare mirata a sostenere accordi di sicurezza locali. La base vicino Damasco diventa così il simbolo di una nuova dottrina americana: meno interventismo, più influenza indiretta.
L’intesa con Israele, mediata da Washington, prevede la creazione di una zona demilitarizzata nel Sud della Siria, destinata a fungere da cuscinetto tra i due Paesi. Una mossa che, se realizzata, trasformerebbe la frontiera israelo-siriana da linea di frizione a spazio di negoziazione. Per Israele, significherebbe ridurre il rischio di infiltrazioni iraniane e di milizie sciite; per la Siria, significherebbe legittimarsi come interlocutore riconosciuto dell’Occidente.
Tuttavia, dietro l’apparente distensione si cela un equilibrio precario. La Russia, che per anni ha garantito la sopravvivenza militare del regime di Assad, si trova oggi marginalizzata. Il suo peso politico si è ridotto, complice la guerra in Ucraina e la crescente competizione con l’Iran per il controllo del Levante. Teheran, dal canto suo, vede nella svolta di Damasco un tradimento. Dopo aver investito miliardi e fornito truppe e milizie, l’Iran rischia di perdere la sua principale testa di ponte sul Mediterraneo.
Per Washington, la mossa ha almeno tre obiettivi strategici.
Primo, consolidare il controllo sul corridoio siro-iracheno e impedire che l’Iran ripristini le proprie linee di approvvigionamento verso Hezbollah.
Secondo, contenere la Russia, privandola di una base logistica cruciale e di un partner simbolico nella regione.
Terzo, rilanciare il ruolo americano come garante dell’ordine regionale, dopo anni di disimpegno.
L’operazione è stata pianificata con cura. Secondo Reuters, diverse missioni di ricognizione hanno già confermato la piena operatività della pista e delle infrastrutture logistiche. Gli Stati Uniti parlano ufficialmente di un dispositivo per “combattere l’ISIS”, ma la vera funzione è politica: monitorare la nuova architettura di sicurezza tra Israele e Siria e trasformare Damasco da nemico storico in partner condizionale.
Il governo siriano insiste sul fatto che la base resterà sotto sovranità nazionale, ma la realtà è più complessa. La presenza americana a Damasco, anche se temporanea, sancisce di fatto la fine dell’autonomia strategica siriana. Per decenni, la Siria è stata il bastione del “fronte del rifiuto”, custode dell’indipendenza araba contro l’influenza occidentale. Oggi, in nome della ricostruzione e della pace, accetta una forma di tutela internazionale che ridefinisce il suo ruolo nel Levante.
Non è un caso che la notizia sia stata smentita dall’agenzia statale SANA: il governo sa che l’opinione pubblica siriana, provata da anni di guerra e di sanzioni, vede con sospetto qualsiasi ritorno di truppe straniere. Ma la Siria di oggi non può permettersi di scegliere. Senza aiuti americani e occidentali, la ricostruzione economica resta un miraggio, e la presenza militare diventa il prezzo politico da pagare per uscire dall’isolamento.
L’operazione americana a Damasco si inserisce in un quadro regionale in rapido mutamento. L’Arabia Saudita e gli Emirati hanno già normalizzato i rapporti con Israele; l’Egitto agisce come mediatore stabile tra le due sponde del Mediterraneo; la Turchia, indebolita economicamente, riduce la propria influenza nel Nord siriano. In questo scenario, la nuova Siria di al-Sharaa appare come l’ultimo tassello del mosaico mediorientale che Trump e i suoi alleati stanno cercando di ridisegnare: un Medio Oriente pragmatico, fondato su accordi bilaterali più che su ideologie.
L’obiettivo è ambizioso: creare una cintura di stabilità dal Mediterraneo al Golfo Persico, contenendo al tempo stesso l’Iran e garantendo a Israele una sicurezza strategica duratura. Ma ogni equilibrio in Medio Oriente è temporaneo, e la storia recente insegna che le alleanze costruite su necessità possono mutare in ostilità in pochi mesi.
L’intervento americano, pur limitato, comporta rischi notevoli. La presenza di truppe straniere, anche con funzioni di monitoraggio, può trasformarsi in un bersaglio per le milizie filo-iraniane ancora attive sul territorio. La stessa opinione pubblica araba, che da anni vede nella politica americana una causa di instabilità, potrebbe reagire con diffidenza o ostilità.
La nuova Siria, dunque, nasce sotto tutela e tra sospetti. Ma rappresenta anche il laboratorio di un esperimento più ampio: la trasformazione del conflitto mediorientale in un sistema di equilibrio controllato dagli Stati Uniti, dove la pace non è il fine ma lo strumento del potere.
Il presidente al-Sharaa sarà accolto alla Casa Bianca il 10 novembre, primo leader siriano a farlo dopo decenni. Sarà una fotografia storica, ma anche un paradosso: la Siria che entra nella coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti è la stessa nazione che, fino a poco tempo fa, ne denunciava l’occupazione.
Dietro la retorica della pace si nasconde la realtà di una “pace armata”, costruita sul controllo delle basi, sulla gestione delle frontiere e sulla subordinazione geopolitica. L’America torna a Damasco non per concludere una guerra, ma per assicurarsi che la prossima non scoppi senza di lei.












